mercoledì 26 febbraio 2014
La città sommersa dal lago Qiandao
Ben nascosta dalle acque del lago Qiandao si cela una città sommersa, una vera e propria ‘Atlantide cinese‘, il suo nome é Shi Cheng, che possiamo tradurre con La città del leone, o Lion City. La città non é antichissima, fu abitata fino al 1959, ma il paesaggio subacqueo che offre ai visitatori risulta davvero straordinario, visto che si trova all’interno del “Lago delle mille isole“, tra ventisei e quaranta metri sotto la superficie dell’acqua. La zona è considerata già di per sé una forte attrazione turistica, grazie all’incredibile bellezza del paesaggio, e ovviamente la presenza di una città sommersa da lago Qiandao rende questo posto quasi unico al mondo, già meta di appassionati del genere.
martedì 25 febbraio 2014
Il buon matematico si riconosce da lattante
Il senso intuitivo e preverbale della quantità nella primissima infanzia è predittivo sia del senso non simbolico di numero sia dell'abilità matematica simbolica esibita negli anni successivi. E' la conclusione a cui è giunta una ricerca condotta da psicologi della Duke University a Durham e della Johns Hopkins University a Baltimora.
E' indubbio che l'educazione e l'ambiente siano fattori di prima grandezza nel incoraggiare e plasmare le abilità matematiche, ma è ancora oggetto di dibatto se e quanto la capacità unicamente umana di sviluppare e manipolare concetti matematici astratti sia influenzata da abilità numeriche di base presenti fin dalla prima infanzia.
Queste abilità sono rappresentate da quel senso della numerosità, filogeneticamente molto antico e presente anche negli animali, che permette di valutare a colpo d'occhio che una fila di cinque alberi, per esempio, è più numerosa di una di tre, e per il quale non serve conoscere il nome dei numeri né alcuna loro rappresentazione simbolica.
I ricercatori hanno preso in esame un gruppo di 48 bambini di sei mesi di età per misurare l'acutezza del loro senso preverbale del numero. A questo scopo hanno usato un metodo standard che consiste nel mostrare una serie di immagini che riproducono un numero variabile di grossi punti e registrare per quanto tempo lo sguardo del piccolo si sofferma su ciascuna di esse.
Le immagini nuove sorprendono e inducono a fissarle per un tempo maggiore di quello dedicato a immagini note. Se un'immagine con cinque punti viene fissata più a lungo (quindi trattata come nuova) dopo una serie di immagini con quattro punti, questo indica che il piccolo è in grado di distinguere fra quattro e cinque.
Tre anni dopo questo test, lo stesso gruppo di bambini è stato sottoposto a nuovi test per valutarne la capacità matematica simbolica, la padronamnza dei nomi dei numeri, il senso numerico primitivo, e l'intelligenza generale.
L'analisi dei risultati ha confermato che una maggiore acutezza del senso del numero preverbale manifestato a sei mesi di età corrispondeva a una maggiore padronanza e capacità di manipolazione dei numeri a tre anni, indipendentemente dal livello di intelligenza generale. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che il senso della numerosità già presente nella primissima infanzia rappresenta un importante “mattone” per la costruzione delle successive capacità matematiche.
E' indubbio che l'educazione e l'ambiente siano fattori di prima grandezza nel incoraggiare e plasmare le abilità matematiche, ma è ancora oggetto di dibatto se e quanto la capacità unicamente umana di sviluppare e manipolare concetti matematici astratti sia influenzata da abilità numeriche di base presenti fin dalla prima infanzia.
Queste abilità sono rappresentate da quel senso della numerosità, filogeneticamente molto antico e presente anche negli animali, che permette di valutare a colpo d'occhio che una fila di cinque alberi, per esempio, è più numerosa di una di tre, e per il quale non serve conoscere il nome dei numeri né alcuna loro rappresentazione simbolica.
I ricercatori hanno preso in esame un gruppo di 48 bambini di sei mesi di età per misurare l'acutezza del loro senso preverbale del numero. A questo scopo hanno usato un metodo standard che consiste nel mostrare una serie di immagini che riproducono un numero variabile di grossi punti e registrare per quanto tempo lo sguardo del piccolo si sofferma su ciascuna di esse.
Le immagini nuove sorprendono e inducono a fissarle per un tempo maggiore di quello dedicato a immagini note. Se un'immagine con cinque punti viene fissata più a lungo (quindi trattata come nuova) dopo una serie di immagini con quattro punti, questo indica che il piccolo è in grado di distinguere fra quattro e cinque.
Tre anni dopo questo test, lo stesso gruppo di bambini è stato sottoposto a nuovi test per valutarne la capacità matematica simbolica, la padronamnza dei nomi dei numeri, il senso numerico primitivo, e l'intelligenza generale.
L'analisi dei risultati ha confermato che una maggiore acutezza del senso del numero preverbale manifestato a sei mesi di età corrispondeva a una maggiore padronanza e capacità di manipolazione dei numeri a tre anni, indipendentemente dal livello di intelligenza generale. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che il senso della numerosità già presente nella primissima infanzia rappresenta un importante “mattone” per la costruzione delle successive capacità matematiche.
lunedì 24 febbraio 2014
Sicurezza e privacy, basterà il corpo...
CI vorrà ancora un po' di tempo. Soprattutto per migliorare la tecnologia, alzando quell'85 per cento di accuratezza nei risultati: soglia buona ma di certo non ancora paragonabile all'affidabilità di sistemi biometrici più avanzati come la scansione dell'iride, la lettura dell'impronta digitale (ormai anche su tutti gli iPhone 5S con il Touch ID) o il più recente riconoscimento facciale, al centro di diverse polemiche soprattutto per i Google Glass. Stiamo parlando dell'odore corporeo. Parametro identificativo che, secondo un team di ricercatori dell'Universidad Politécnica di Madrid, potrà essere presto sfruttato come inedito tassello di una carta d'identità costituita solo da ingredienti personali e biologici.
Il gruppo di scienziati sta lavorando al nuovo sistema, in grado di filtrare e riconoscere le persone in base al profumo che emettono, insieme all'azienda hi-tech iberica Ilía Sistemas. La scommessa è isolare e dunque individuare in modo più sicuro possibile la firma odorosa da cui ciascuno di noi è caratterizzato. Dandole un nome e un cognome. Pare infatti che gli schemi individuali di questo tipo rimangano costanti nel corso del tempo e possano dunque costituire un elemento chiave per identificare le persone. Soprattutto in quei contesti, come i controlli di sicurezza, in cui possa essere opportuno evitare interventi troppo diretti e invasivi sugli individui in transito, come appunto la scansione dell'iride o la lettura delle impronte digitali, ancora caratterizzate da un alone vagamente criminoso. Al momento, il tasso di riconoscimento si aggira appunto intorno all'85 per cento. Per gli studiosi spagnoli è già sufficiente per iniziare a pensare, come stanno appunto facendo, a sistemi d'identificazione meno aggressivi.
Lo snodo, insomma, sta nella precisione dei sensori a disposizione. Che non hanno ancora raggiunto l'accuratezza del prodigioso apparato olfattivo dei massicci bloodhound. Fino alla ricerca spagnola, che ha messo in campo un sistema sviluppato dalla Ilía in grado di acciuffare elementi volatili presenti nella propria firma odorosa. I rischi, però, non sono pochi: l'odore del corpo può variare nel corso del tempo. Basti pensare a malattie, cambi nel regime alimentare e, ovviamente, l'umore, la fase di crescita, l'età, il clima. E poi rimangono le difficoltà nella realizzazione di un database altrettanto affidabile ed esteso da non risultare inutile o limitato: come campionare in maniera scientifica l'odore, per esempio, dei milioni di abitanti di un Paese?
Quest'intricata selva d'incognite non sembra aver spaventato i ricercatori iberici - raccolti intorno a un campo di indagine più ampio emblematicamente battezzato Emoción Proyect e dedicato al benessere dei cittadini - che hanno messo sotto la lente tredici persone per ben 28 sessioni di studio. Il risultato? Oltre ogni attesa: è stato infatti riscontrato solo il 15 per cento di errore nell'identificazione e associazione dei vari schemi odorosi alle legittime fonti. Cioè alle persone. Molto di più che un punto di partenza: una prova che ben presto, ovunque ci sia da tutelare la sicurezza, potremo trovare dei varchi di super nasi elettronici (nell'industria si usano da anni, sono in fase di sviluppo per medicina e monitoraggio ambientale da quasi vent'anni) in grado di identificarci in qualche frazione di secondo. E a quanto pare non c'è deodorante che tenga. Non basta. L'università sta infatti collaborando anche con l'ospedale universitario Infanta Sofía di Madrid su alcuni progetti ufficiali di ricerca legati all'analisi delle caratteristiche del sangue e del respiro nei pazienti. Presto in grado - con un sistema simile - di individuare indizi che conducano alla diagnosi precoce del cancro al colon e della leucemia.
Filoni di pane e pagnotte trasformati in lampade
La ventisettenne Yukiko Morita ha due passioni apparentemente inconciliabili: il pane e le lampade di design. Ma Yukiko è riuscita a combinare le due cose, creando una sua linea di prodotti dove pagnotte e filoni di pane sono trasformati in lampade.
I suoi prodotti si chiamano pampshades da Pan (che è il termine giapponese per pane) e lamp shades (lampade da tavolo), e sono nati un po’ per caso: quando era all’università stava giocando con una baguette mangiandone tutta la mollica ma lasciando la crosta intatta. Quando poi ha guardato controluce quel che rimaneva, le è venuta l’idea.
Trovare la formula perfetta non è stato facile, ed ha richiesto oltre 300 prototipi per mettere a punto la tecnica con cui realizzare queste insolite lampade, che sfruttano piccole lampade a led (probabilmente sarebbe impossibile creare questi prodotti con normali lampadine ad incandescenza): fortunatamente per un po’ ha lavorato in un panificio ed ha così avuto facile accesso alla materia prima. Quello che inizialmente era un hobby, adesso si sta trasformando in un lavoro: le lampade di Yukiko sono molto apprezzato per come colorano di caldo l’ambiente e per l’unicità di ogni pezzo.
Trovare la formula perfetta non è stato facile, ed ha richiesto oltre 300 prototipi per mettere a punto la tecnica con cui realizzare queste insolite lampade, che sfruttano piccole lampade a led (probabilmente sarebbe impossibile creare questi prodotti con normali lampadine ad incandescenza): fortunatamente per un po’ ha lavorato in un panificio ed ha così avuto facile accesso alla materia prima. Quello che inizialmente era un hobby, adesso si sta trasformando in un lavoro: le lampade di Yukiko sono molto apprezzato per come colorano di caldo l’ambiente e per l’unicità di ogni pezzo.
venerdì 21 febbraio 2014
Morso da uno squalo: si ricuce da solo la gamba..... e poi va a bersi una birra
Un giovane neozelandese, il ventiquattrenne James Grant, era appena entrato in acqua in una baia ad Invercargill quando uno squalo lo ha morso ad una gamba.
Grant, che si stava immergendo per pescare, ha estratto un coltello ed ha iniziato a colpire lo squalo, senza però riuscire a scoraggiare più di tanto l’animale: “Ho cercato di combattere lo squalo. Si è preso qualche coltellata, ma la lama non era abbastanza lunga”.
Alla fine però lo squalo ha mollato la presa e l’uomo è riuscito a tornare sulla spiaggia, dove ha tirato fuori la cassetta del pronto soccorso e si è suturato la profonda ferita: fortunatamente, Grant studia medicina, cosa che lo ha aiutato nell’intervento.
Poi Grant è stato raggiunto da degli amici, che all’inizio pensavano che scherzasse quando ha raccontato l’accaduto. Gli squali manzo nasolargo, quello che sembra abbia attaccato il giovane, infatti normalmente non attaccano l’uomo, anche se può accadere quando gli animali sono agitati per qualche motivo.
Una volta compreso che quello che aveva raccontato Grant era assolutamente reale, i suoi amici hanno accompagnato il ragazzo in ospedale per controllare le ferite. Ma prima hanno fatto tutti una tappa aggiuntiva in un pub… per bersi una birra. Qualcuno sembra avesse suggerito che magari era il caso di andare dopo essere stati in ospedale, ma qualcuno avrebbe fatto notare che si poteva andare sia prima che dopo…
In dieci anni spariti 78 mila studenti
Erano oltre 338 mila nel 2003/2004, sono poco più di 260 mila nel 2013/2014: in barba a tutti gli obiettivi europei, che fissano nel 2020 il traguardo per avere il 40% di laureati, l’Italia arranca. La conferma arriva dall’ultimo aggiornamento dell’Anagrafe degli studenti universitari del ministero dell’Istruzione: non è un dato ancora definitivo, ma anche se difettasse di poche decine di studenti, dà un quadro chiaro dell’attuale débâcle degli atenei, che -invece di acquisire studenti- ne perdono costantemente. I tecnici del Miur fanno notare che quest’anno il calo si è interrotto rispetto agli anni precedenti (novemila in meno rispetto all’anno 2012/2013, meno rispetto al confronto precedente), ma è innegabile: trattasi comunque di emorragia.
UNIVERSITA’ PRIVATIZZATA ?
Un primo allarme era stato lanciato lo scorso anno dal CUN, ma i dati diffusi dal Miur tracciano un quadro ancor più desolante. Il numero dei diplomati nelle scuole italiane rimane costante, ma circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università. «Da anni denunciamo la continua privatizzazione dell’università, intesa non solo come l’ingresso dei privati nella governance degli atenei, ma anche come restringimento dell’accesso ai corsi di laurea. - dichiara Alberto Campailla, portavoce di Link Coordinamento Universitario - Basti pensare che circa il 57% dei corsi di laurea in Italia è a numero programmato. Un trend che di anno in anno aumenta e viene incentivato dallo stesso Miur, nonostante le proteste degli studenti in diversi atenei . E che continua ad allontanare l’Italia dalla possibilità di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020, come stabilito a livello europeo».
LE TENDENZE
Non si può dire che gli studenti non seguano le tendenze del mondo del lavoro: se dieci anni fa l’area sanitaria attirava l’11,67% dei diplomati, oggi il dato è in calo, al 10,76%. L’area scientifica invece cresce, dal 28,74% al 35,23%, mentre il sociale tira di meno, dal 39,90% dell’annata 2003/2004 al 35,09% di quest’anno. Più o meno stabile resta solo la fetta di studenti che si orienta verso le facoltà umanistiche: era del 19,69% dieci anni fa, oggi è del 18,93%.Cosa succede allora?«Forse è arrivato il momento di riconoscere che non si tratta di un fenomeno estemporaneo- prova a rispondere Gianluca Scuccimarra, presidente dell’Unione degli universitari - ma di una tendenza gravissima, frutto delle politiche di progressivo scardinamento dell’università pubblica e del Diritto allo Studio».
COLPA DELLA CRISI
A stroncare le aspirazioni degli studenti potrebbe essere stata la crisi economica. Come sottolinea Giuseppe Failla, portavoce del forum nazionale dei giovani (che raccoglie circa 80 organizzazioni e rappresenta 4 milioni di under 35), «negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato drasticamente ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Quest’anno, come già nel 2012, sono stati esclusi dalle sovvenzioni quasi 60 mila studenti a fronte dei 35 mila di 5 anni fa. Si verifica frequentemente, pertanto, che molti giovani italiani capaci e meritevoli, pur risultando idonei alla percezione di una borsa di studio nelle graduatorie, non possano usufruire di tale opportunità».
UNIVERSITA’ PRIVATIZZATA ?
Un primo allarme era stato lanciato lo scorso anno dal CUN, ma i dati diffusi dal Miur tracciano un quadro ancor più desolante. Il numero dei diplomati nelle scuole italiane rimane costante, ma circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università. «Da anni denunciamo la continua privatizzazione dell’università, intesa non solo come l’ingresso dei privati nella governance degli atenei, ma anche come restringimento dell’accesso ai corsi di laurea. - dichiara Alberto Campailla, portavoce di Link Coordinamento Universitario - Basti pensare che circa il 57% dei corsi di laurea in Italia è a numero programmato. Un trend che di anno in anno aumenta e viene incentivato dallo stesso Miur, nonostante le proteste degli studenti in diversi atenei . E che continua ad allontanare l’Italia dalla possibilità di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020, come stabilito a livello europeo».
LE TENDENZE
Non si può dire che gli studenti non seguano le tendenze del mondo del lavoro: se dieci anni fa l’area sanitaria attirava l’11,67% dei diplomati, oggi il dato è in calo, al 10,76%. L’area scientifica invece cresce, dal 28,74% al 35,23%, mentre il sociale tira di meno, dal 39,90% dell’annata 2003/2004 al 35,09% di quest’anno. Più o meno stabile resta solo la fetta di studenti che si orienta verso le facoltà umanistiche: era del 19,69% dieci anni fa, oggi è del 18,93%.Cosa succede allora?«Forse è arrivato il momento di riconoscere che non si tratta di un fenomeno estemporaneo- prova a rispondere Gianluca Scuccimarra, presidente dell’Unione degli universitari - ma di una tendenza gravissima, frutto delle politiche di progressivo scardinamento dell’università pubblica e del Diritto allo Studio».
COLPA DELLA CRISI
A stroncare le aspirazioni degli studenti potrebbe essere stata la crisi economica. Come sottolinea Giuseppe Failla, portavoce del forum nazionale dei giovani (che raccoglie circa 80 organizzazioni e rappresenta 4 milioni di under 35), «negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato drasticamente ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Quest’anno, come già nel 2012, sono stati esclusi dalle sovvenzioni quasi 60 mila studenti a fronte dei 35 mila di 5 anni fa. Si verifica frequentemente, pertanto, che molti giovani italiani capaci e meritevoli, pur risultando idonei alla percezione di una borsa di studio nelle graduatorie, non possano usufruire di tale opportunità».
La banda degli onesti... a Tokio
Una ragazza stava camminando per le vie di Nakano, vicino a Tokio, quando si è trovata di fronte un uomo che le ha puntato un coltello addosso intimandole: “Dammi tutti i soldi che hai e nessuno si farà male”. La ragazza ha tirato fuori il portafoglio, consegnando al rapinatore quello che aveva, circa 3.000 yen (pari a circa 22 euro).
Qualche secondo dopo, infatti, la ragazza ha chiesto al rapinatore: “Uhm, potresti darmi indietro 2.000 yen? Devo pagare delle bollette”. “Oh, capisco” ha risposto l’uomo, accontentando la ragazza e andandosene via solo con 1.000 yen.
La ragazza non sa spiegare perché abbia fatto quella richiesta e neppure perché il rapinatore abbia accettato di restituirle i soldi: difficile dire se fosse stato comprensivo oppure sia rimasto sorpreso dalla richiesta.
La ragazza ha comunque denunciato l’accaduto alla polizia: qualcuno ha suggerito che poteva lasciare perdere la cosa, dato che il rapinatore avrebbe dimostrato di essere una brava persona, ma altri osservano che se davvero l’uomo fosse stato una brava persona, non andrebbe in giro a rapinare la gente.
La ragazza ha comunque denunciato l’accaduto alla polizia: qualcuno ha suggerito che poteva lasciare perdere la cosa, dato che il rapinatore avrebbe dimostrato di essere una brava persona, ma altri osservano che se davvero l’uomo fosse stato una brava persona, non andrebbe in giro a rapinare la gente.
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