giovedì 13 febbraio 2014

Ti leggo il cervello e ti dico se stai ascoltando i Beatles

Un’équipe di neuroscienziati ha usato la risonanza magnetica funzionale per studiare il modo in cui il cervello elabora la musica e indovinare quale canzone si sta ascoltando.

Imaging all the people / living life in peace”. Ci si perdoni il calembour ai danni di John Lennon e compagni, ma il gioco di parole viene abbastanza naturale. Un’équipe di neuroscienziati danesi e finlandesi, ha appena utilizzato il repertorio dei Beatles per indagare i meccanismi con cui il cervello elabora la musica, servendosi di tecniche avanzate di imaging cerebrale tramite risonanza magnetica funzionale. Gli scienziati hanno messo a punto un algoritmo che, esaminando le aree del cervello attive durante l’ascolto, permette di indovinare di quale canzone si tratta. Con risultati, a quanto pare, abbastanza soddisfacenti.
L’équipe, composta di ricercatori della Aarhus University e delle università di Jyväskylä e di Helsinki, ha chiesto a 15 volontari di ascoltare un estratto di 16 minuti dall’album Abbey Road dei Fab Four. I dati relativi alla loro attività cerebrale sono stati quindi inseriti in un algoritmo in grado di osservare e analizzare sei caratteristiche musicali identificabili – pienezza, luminosità, attività, complessità timbrica, chiarezza degli impulsi e chiarezza tonale. Monitorando come il cervello reagisce nell’ascolto di ciascuna di queste peculiarità, il software messo a punto dagli scienziati è in grado di identificare i modelli “precursori rispetto alla prossima serie temporale di valori chiave” – cioè, in altre parole, come sarebbero evolute nel tempo le caratteristiche musicali del brano in ascolto, consentendo in questo modo di capire cosa stessero suonando in quel momento i Beatles.
Le caratteristiche sono state scelte “perché sono quelle più facilmente estraibili da una registrazione musicale”, spiega Petri Toiviainen, della University of Jyväskylä. “Ma anche perché hanno una chiara rilevanza percettiva, cioè sono immediatamente riconosciute dall’orecchio e dal cervello umani. Le previsioni si sono rivelate piuttosto attendibili per cinque delle sei caratteristiche scelte, con un coefficiente di correlazione pari a 0,4 (a fronte di un massimo teorico di 1). Sebbene sembri un valore piuttosto basso – e in effetti Toivianen ha ammesso che la tecnica è ancora “tutt’altro che perfetta” –, è comunque significativamente superiore (in senso statistico) rispetto a una previsione totalmente affidata al caso, che avrebbe permesso di indovinare, in media, solo il 10% delle volte.
Si noti, tra l’altro, che l’accuratezza della previsione dipende soprattutto dal tipo di compilation musicale che si utilizza”, precisa Toiviainen. “Se la raccolta contiene pezzi molto diversi, per esempio musica classica, rock e jazz, la classificazione è più semplice perché le differenze acustiche sono più marcate. Nel nostro caso, la musica era piuttosto omogenea, il che ha reso le previsioni più difficili”. Gli scienziati, tra l’altro, hanno scoperto che l’ascolto di musica attiva, oltre alla corteccia uditiva, anche le regioni motorie, limbiche e frontali, responsabili dell’elaborazione delle emozioni e del controllo dei movimenti, il che sembra suggerire che la musica innesca esplicitamente reazioni emotive e voglia di ballare. Secondo Toiviainen, il cervello si servirebbe del movimento per analizzare e dare un senso alla struttura temporale della musica. Ma c’è dell’altro: “Abbiamo scoperto che alcune tra le regioni cerebrali che si attivano durante l’ascolto di musica sono le stesse osservate dopo l’assunzione di droga o durante i rapporti sessuali, spiega ancora il neuroscienziato.
La tecnica, secondo gli autori del lavoro, aiuterà a migliorare l’efficacia della cosiddetta musicoterapia: “Capire meglio come viene elaborata la musica e quali aree del cervello sono coinvolte”, conclude Toiviainen, “ci consentirà di sviluppare metodi terapeutici più efficienti e mirati basati sulla musica”.

Matematica, verso la soluzione di uno dei Problemi del millennio ?

Il sistema di equazioni differenziali di Navier-Stokes vale un milione di dollari.
E forse il matematico Mukhtarbai Otelbayev lo ha risolto.

Il 2014 potrebbe essere un anno di svolta per la matematica e uno dei suoi più famosi problemi irrisolti di fluidodinamica, la ricerca delle soluzioni delle equazioni di Navier-Stokes? Lo scorso 10 gennaio, il sito kazako Kazinform ha riportato per primo la notizia che il matematico Mukhtarbai Otelbayev avrebbe risolto uno dei sette Problemi del Millennio, quello, appunto, relativo alle soluzioni delle equazioni di Navier-Stokes. Si tratta di un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali che descrive il comportamento di un fluido, come acqua o aria, nello spazio: queste equazioni possono trovare applicazione, per esempio, nella modellistica del sangue, nella descrizione dello scorrere dei fiumi o nel volo degli aerei. Per ottenere delle soluzioni da questo sistema, che diventa molto complicato per esempio in presenza di turbolenze, bisogna solitamente agire per approssimazioni che le semplifichino. Inoltre, da quando queste equazioni sono state introdotte circa duecento anni fa dai matematici Claude-Louis Navier e a George Gabriel Stokes, si è rivelato molto difficile dimostrare, date condizioni iniziali qualsiasi, che esistono soluzioni regolari. La sfida posta da questo enigma, ha indotto l’Istituto Matematico Clay ad aprire la caccia alle soluzioni globali regolari delle equazioni di Navier-Stokes e a premiare il matematico risolutore di questo Millennium Problem, che risale al 1822, con un milione di dollari. C’è da precisare che, in due dimensioni, le soluzioni globali esistono: la sfida è trovare soluzioni globali ‘forti’, regolari, in tre dimensioni. Finora, quelle trovate (negli anni Trenta dal grande matematico francese Jean Leary) in tre dimensioni sono ‘deboli’, poco regolari, e non si sa se siano uniche.
Il matematico Otelbayev, 71 anni, è membro dell’Accademia delle Scienze Kazake, ed è molto stimato della comunità di matematici di quel Paese, come dimostra anche il fatto che dirige l’Istituto Matematico Eurasiano presso l’Università Nazionale Eurasiana della capitale Astana. Dopo il prodigioso lavoro dell’eccentrico Grigorij Perel’man, che nel 2002 risolse la congettura di Poincaré, un altro matematico proveniente da quella che una volta era l’Unione Sovietica potrebbe aver sconfitto uno dei Problemi del Millennio? A chiederselo sono in molti, fra i matematici di tutto il mondo, dato che la notizia della possibile soluzione si è diffusa a macchia d’olio praticamente da subito. L’articolo sul sito kazako dà sostanzialmente per scontata l’esattezza della soluzione proposta da Otelbayev, che ha pubblicato il paper sulla rivista Математический Журнал. Tuttavia, per diradare i dubbi che aleggiano su questa delicatissima questione, l’articolo è attualmente vagliato dalla comunità matematica, che si sta impegnando innanzitutto a tradurlo per eliminare la primissima difficoltà di comprensione della questione, ossia il fatto che sia scritto quasi completamente in russo. “Finora sono emersi vari aspetti” spiega Roberto Natalini, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘M. Picone’ del Cnr di Roma. “Le persone che si sono concentrate sulle formule, che si riescono a leggere con più immediatezza, hanno sollevato alcune obiezioni inziali nei confronti, per esempio, del Teorema 6.1, un pezzo importante della dimostrazione, rispetto al quale alcuni hanno trovato dei ‘controesempi’. Hanno fatto cioè vedere che se questo teorema, che riguarda una classe più generale di operatori, fosse valido, allora esisterebbe un operatore che verifica le ipotesi del teorema ma per il quale la tesi è falsa”. Otelbayev ha risposto a questa obiezione sostenendo che fosse possibile modificare le ipotesi iniziali per sistemare il tutto, ma a questo punto è intervenuto il grande, giovane talento della matematica mondiale Terence Tao, che ha demolito questo suo tentativo presentando un nuovo controesempio.
“Il punto chiave – continua Natalini – è che Otelbayev procede partendo da un caso astratto, che lui dimostra, che include come caso particolare le equazioni di Navier-Stokes. Però, quello che ha fatto potrebbe essere sbagliato per il caso astratto, ma vero per Navier-Stokes: attualmente, non c’è ancora la prova ufficiale che si sia sbagliato. Tao, in un successivo intervento, senza citare direttamente il risultato del kazako, ha pubblicato un articolo su Arxiv, accanto a un post divulgativo, in cui sostiene che usare solo le proprietà astratte delle equazioni di Navier-Stokes (come ha fatto Otelbayev, non nominato esplicitamente) nello spazio delle funzioni il cui quadrato è integrabile (si indicano in matematica con L2) non può far arrivare a dimostrare l’esistenza globale delle soluzioni, perché sarebbe necessario un controllo in spazi funzionali diversi”. Tao si è spinto però anche un po’ più in là, mostrando il suo scetticismo per l’esistenza di soluzioni globali delle equazioni di Navier-Stokes in tre dimensioni. “Tao ha costruito un modellino di equazioni ‘semplificate’, con le stesse proprietà delle Navier-Stokes e ha fatto vedere che queste equazioni non ammettono soluzioni globali regolari in un tempo finito. Lo stesso Tao ha sottolineato che questo suo risultato è il primo che riguarda equazioni di tipo Navier-Stokes in cui si dimostra che non esistono soluzioni globali nonostante si verifichino le stime dell’energia fisica delle equazioni di Navier-Stokes”. In particolare, Tao scrive testualmente Intriguingly, the method of proof in fact hints at a possible route to establishing blowup for the true Navier-Stokes equations, which I am now increasingly inclined to believe is the case (albeit for a very small set of initial data). Ossia: Il metodo di questa mia dimostrazione suggerisce una possibile strada per far vedere la non esistenza di soluzioni globali delle equazioni di Navier-Stokes – cosa che io sono sempre più incline a credere (nonostante valga solo per un piccolo insieme di dati). “Indirettamente, in questo post Tao ci dice che pensa che il lavoro di Otelbayev sia sbagliato nel risultato e che secondo lui forse non esistono sempre soluzioni globali alle equazioni di Navier-Stokes. In ogni caso, il problema è ancora aperto e il futuro ci riserverà certamente colpi di scena. Ovviamente, se qualcuno dimostrasse che le soluzioni non esistono, vincerebbe ugualmente il premio dell’Istituto Clay. Può darsi che Tao punti proprio a questo” conclude Natalini.

Scienza: matematici scoprono 177.147 modi per allacciare la cravatta

Un gruppo di matematici del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, Svezia, ha scoperto ben 177.147 modi diversi per annodare una cravatta al collo. In precedenza, alcuni scienziati dell’Universita’ di Cambridge avevano dimostrato che erano possibili solo 85 nodi diversi. Il matematico svedese Mikael Vejdemo e’ partito proprio dallo studio di Thomas Fink e Yong Mao e ha notato che i ricercatori non avevano incluso nel loro paper i nodi piu’ elaborati. Infatti la coppia di scienziati aveva usato la teoria dei linguaggi formali per esprimere tramite simboli le regole base della operazione di allacciamento di una cravatta al collo. Fink e Mao avevo fatto due ipotesi sui nodi di cravatta che ne avevano ridotto il numero a disposizione. Il team di scienziati svedesi ha impostato in modo diverso le ipotesi e cosi’ ha descritto di nuovo in modo simbolico le varie fasi dell’allacciamento della cravatta, arrivando alla cifra di 177.147.

Scuola 2.0, i colossi dell'informatica scendono in campo contro il 'digital divide'

Tablet, lavagne multimediali e software studiati ad hoc. Le soluzioni educational di Microsoft, Samsung e Apple per ridurre il gap dell'Italia in un settore cruciale per l'istruzione del futuro.

L'ITALIA è ancora troppo indietro nel processo di digitalizzazione delle scuole. Lo dicono i numeri. Secondo l'analisi effettuata dall'Ocse sul 'Piano Nazionale Scuola Digitale' nel nostro Paese ci sono 6 computer ogni 100 studenti (contro una media europea del 16%) e appena il 6% degli istituti sono completamente digitalizzati (rispetto al 37% continentale); solo il 54% delle classi, poi, ha accesso a Internet. Ma gli sforzi per portare a un miglioramento di questo quadro a tinte fosche sono comunque tanti. Nonostante la scarsità di fondi pubblici. Si moltiplicano, infatti, le iniziative che le grandi aziende informatiche stanno mettendo in pratica anche in Italia per far sì che la scuola sia sempre più un ambiente stimolante e, soprattutto, che diventi un luogo dove apprendere in maniera innovativa, arricchendo il proprio bagaglio culturale grazie agli innumerevoli saperi che la multimedialità mette a disposizione.
Con Microsoft per gridare Eureka! Microsoft, con una serie di progetti paralleli, cerca di proiettare nel futuro l'intero universo scolastico. È il caso di 'Eureka!', sviluppato dal colosso di Redmond assieme a Intel e alla divisione Scuola della casa editrice Giunti, presentato a fine 2013 a ABCD, il Salone italiano dell'Educazione, dell'Orientamento e del Lavoro. Si tratta di un ecosistema digitale integrato che punta a dotare, in poco tempo, oltre 12mila scuole del nostro Paese (primarie e secondarie, di I e di II livello) di un kit di hardware e software di ultima generazione (fissi e mobile) specifici per il settore socio-educativo. Agli studenti saranno dati tablet e notebook, forniti da Acer e basati su un'architettura Intel, su cui saranno preinstallati sia il pacchetto Office 365 (la famosa suite di applicativi per la produttività, nella versione pensata per i più giovani) sia la piattaforma IES (Intel education software) concepita proprio in base agli standard educativi attuali. Per aiutare, da un lato, gli studenti a sviluppare le abilità richieste (su tutte l'uso rapido ed efficiente degli strumenti digitali) e, dall'altro, i docenti nel coinvolgere sempre più gli alunni. Inoltre, ad ogni istituto, verrà fornita una LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) da installare nel laboratorio informatico della scuola per effettuare lezioni che comprendano l'utilizzo di contenuti scritti ma anche di audio e video. Senza dimenticare i tool gratuiti per i docenti e Poster e Geoscuola, le prime applicazioni di learning pensate per le scuole primaria e secondaria ed espressamente studiate per i nuovi sistemi operativi touch: la prima (Poster) è un vero e proprio sussidiario 2.0 che permette di entrare nel mondo della storia, della matematica, della geografia in maniera totalmente interattiva; la seconda (Geoscuola) è la versione digitale di un libro di testo di geografia, arricchito però d'immagini, contenuti multimediali e unità didattiche.

C'è poi il tema dell'orientamento, una delle note dolenti del nostro sistema scolastico, che porta molto spesso a scelte poco consapevoli su quale percorso di studi intraprendere. Per questo, in Microsoft, hanno pensato di fornire agli studenti, sempre nei software di Eureka!, delle batterie di test (differenti a seconda del livello scolastico) per creare dei profili personalizzati di ogni singolo studente e fornire indicazioni su inclinazioni, abilità, punti di forza e debolezza per metterlo in condizione di scegliere il liceo piuttosto che l'istituto tecnico, la facoltà universitaria più indicata piuttosto che l'area lavorativa più affine alle proprie caratteristiche. Ma il supporto di Microsoft serve per educare e far crescere persone prima ancora che studenti: individuando precocemente eventuali disturbi dell'apprendimento nel singolo bambino (i cosiddetti DSA) attraverso test e questionari che consentono d'intervenire con programmi di potenziamento specifici; creando di strumenti di valutazione individuale; sviluppando contenuti esterni ai programmi scolastici ma finalizzati all'educazione civica dello studente in campi importanti (alimentazione, ambiente, diritti civili, tutela dei minori), fruibili online per essere affrontati in classe.

A questi servizi si aggiunge anche il 'Registro elettronico', un'applicazione web studiata per la digitalizzazione del registro di classe e di quello del docente, per condividere in tempo reale con le famiglie le informazioni su tutte le attività didattiche svolte in classe (argomenti trattati, presenze e assenze, ritardi e uscite anticipate, note disciplinari, voti). Perché, nell'ottica di Microsoft, anche il coinvolgimento dei genitori è fondamentale. Come dimostra il progetto 'Genitori in video', promosso dal Comune di Milano e sviluppato dall'azienda di Redmont in partnership con Asus, Plantronics e Microsys, che prevede la possibilità di mettere in contatto virtualmente famiglie e insegnanti grazie a tecnologie di comunicazione e collaborazione basate sul Cloud: Skype, che permette di svolgere i tradizionali colloqui anche se docenti e genitori si trovano fisicamente in città diverse; SharePoint Online (applicazione presente su Office 365) che consente di condividere e modificare in tempo reale i documenti scolastici digitalizzati; Lync, strumento di comunicazione per docenti (che possono ad esempio svolgere il consiglio di classe anche a distanza) e ponte con le famiglie (tramite l'integrazione con Skype).

Samsung e la lavagna del futuro. Ma se Microsoft ha gettato nella mischia tante risorse diverse tra loro, Samsung non è da meno. L'azienda sudcoreana ha da tempo avviato programmi d'innovazione scolastica. Dapprima iniziando a vendere il proprio 'sistema integrato' agli istituti; poi, riscontrato il successo del prodotto e l'elevata richiesta da parte delle scuole pubbliche (quelle, cioè, con possibilità di spesa praticamente pari allo zero), con il lancio di un progetto 'aperto' che prevede il sostegno di Samsung a scuole in difficoltà o che presentino determinate caratteristiche. Tutto nasce nel 2012 con 'Samsung Smart School', la soluzione pensata e progettata per la scuola, che ha attratto l'attenzione di molti istituti italiani (più che altro privati) e riempito le loro classi con strumenti tecnologici innovativi. Non solo tablet, in dotazione a ogni alunno o software studiati ad hoc. Perché la novità proposta da Samsung si chiama E-Board, la lavagna del futuro. Grazie a questo strumento didattico, comandabile da un computer o da qualsiasi dispositivo mobile, il docente può infatti organizzare delle vere e proprie lezioni multimediali, con la possibilità di far vedere oltre alle pagine di e-book anche testi, slides, filmati, contributi audio, schede multimediali, contenuti interrativi pescati in rete o scaricati da app dedicate. L'insegnante, inoltre, attraverso il suo tablet potrà 'dialogare' con i singoli dispositivi: caricare i contenuti delle lezioni, condividerli con gli studenti, realizzare attività di gruppo, proporre questionari e verifiche (personalizzabili alunno per alunno) per verificare la comprensione degli argomenti trattati. Consentendo di monitorare il livello d'apprendimento di ognuno, modulare il programma e gestendo in maniera 'remota' il lavoro della classe: permettendo o vietando l'accesso a determinati contenuti, forzando o inibendo le applicazioni a disposizione, aprendo o meno la possibilità di navigare in internet, spegnendo tutti i dispositivi quando non è necessario tenerli accesi a fini didattici. Strumenti cui si affianca la piattaforma Samsung Learning Hub attraverso cui accedere a contenuti digitali sviluppati assieme a partner specializzati e studiati espressamente per la scuola.

Ma, come detto, nell'ultimo anno l'impegno di Samsung si è orientato anche verso chi non potrebbe permettersi il suo 'ambiente' educational. Così, a giugno del 2013, vede la luce Smart Future, partito come progetto pilota durante l'anno scolastico in corso. In realtà rappresenta un ulteriore passo in avanti; l'obiettivo è, infatti, favorire la digitalizzazione dell'istruzione anche in Italia partendo da un processo di formazione indirizzato prima ai docenti e, in seconda battuta, agli studenti e alle loro famiglie. Stimolare la produzione e l'utilizzo di contenuti digitali personalizzati e personalizzabili, per allargare gli orizzonti delle nostre scuole. Per questo Smart Future prevede non solo la dotazione delle classi ma anche la realizzazione di training specifici rivolti a maestri e professori, con l'intento di migliorare le modalità di insegnamento, per avere sempre più confidenza con la multimedialità. Grazie all'Osservatorio sui media e i contenuti digitali nella scuola dell'Università Cattolica di Milano sono stati individuati i criteri di selezione delle scuole 'pioniere': in primis l'alto numero di alunni con disabilità e la forte incidenza di ragazzi con disturbi dell'apprendimento, senza trascurare i territori socialmente e culturalmente disagiati e i piccoli paesi. Venticinque le classi d'Italia (distribuite in 7 regioni: Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo, Lazio, Puglia) che stanno già sperimentando Smart Future; ma è già pronto un bando per tecnologizzare altre 50 classi entro l'inizio del prossimo anno scolastico; con l'obiettivo di raggiungere più di 300 scuole entro la fine del 2015. E per il futuro già si parla di una partnership con Google per sviluppare programmi, applicazioni e contenuti per la scuola da gestire attraverso il market online.

Apple e il suo 'ecosistema di contenuti'. Diversa, invece, la mission di Apple. Fondamentale, nella sua visione, è il cambio di mentalità; la 'cultura 2.0'. Non basta, infatti, possedere gli strumenti hardware per essere 'digitalizzati'; è necessario, al contrario, prima 'educare' insegnanti, studenti e genitori sull'importanza del passaggio alla multimedialità. Adottare le nuove tecnologie deve essere una scelta consapevole che presuppone la conoscenza di cosa si andrà a fare con i dispositivi fissi e portatili. A Cupertino ne sono fermamente convinti: iPad in classe vuol dire soprattutto un'offerta internazionale di contenuti adeguati alle nuove modalità di fruizione ed erogazione di contenuti didattici; per questo hanno puntato tutto sul software. Un 'ecosistema di contenuto'; Apple ama definirlo così: una gigantesca mole di applicativi per la fruizione e trasmissione del sapere. Tre i principali strumenti per la scuola: iBooks Store, iTunes U e le App educational.

Molti la conoscono come la biblioteca online di iTunes dove leggere i libri acquistati e scaricati, ma iBooks è anche un ottimo strumento didattico grazie alla presenza di testi scolastici: libri multi-touch dinamici, coinvolgenti, interattivi e sempre aggiornati. Ciò consente agli studenti di sfogliare i testi, svolgere esercizi ma anche di guardare gallerie fotografiche, animazioni, filmati. Un patrimonio di circa 25mila libri di testo, sviluppati da editori indipendenti, insegnanti e istituti didattici disponibile in 51 Paesi del mondo (Italia compresa). Nel nostro Paese, ad esempio, la sezione è stata inaugurata dal catalogo di Centro Leonardo, un editore che ha sempre lavorato sui contenuti digitali. Ma iBooks vuol dire anche Author; uno strumento pensato per i professori e da questi ulteriormente sviluppabile. Il docente può, infatti, non solo sfruttare le risorse già presenti in catalogo ma crearne delle nuove, in base alle esigenze dei propri alunni; un materiale personalizzato che, però, può essere messo a disposizione dell'intera community Apple; non più solo dispense ma un libro vero e proprio. È il caso di due insegnanti dell'Istituto Salesiano di Castelnuovo Don Bosco, specializzato in scienze enologiche, che hanno creato il libro "Conoscere il Vino" oppure dell'Istituto Majorana di Brindisi che ha usato Author per dare una forma digitale a un progetto 'cartaceo' di materiali integrativi per la didattica.

C'è poi iTunes U, l'app per iOS che apre agli studenti le porte del mondo accademico mondiale, delle scuole più prestigiose, degli istituti più autorevoli. Gratuitamente e rimanendo fermi davanti lo schermo del proprio dispositivo. In iTunes U oltre 1200 università e college e altrettanti distretti d'istruzione primaria hanno 'caricatò corsi pubblici e privati e dispense su materie come arte, scienza, medicina e benessere, economia. Nel 2013 sono stati oltre un miliardo i download effettuati (più del 60% da Paesi diversi dagli Stati Uniti, tra i 155 collegati alla rete iTunes U). Un successo, visto che attualmente ci sono corsi con più di 250mila studenti iscritti (come quello di programmazione della Stanford University o, per restare in Italia, quello offerto dall'Università di Pisa; anche se il primo ateneo italiano a sbarcare su iTunes U è stata l'Università Federico II di Napoli nel 2007). Ma iTunes U è anche Course Manager, lo strumento basato sul web che permette ai docenti di creare, gestire e distribuire i propri corsi (compiti a casa compresi) condividendoli con tutti gli studenti che lavorano in ambiente Apple (non solo con i propri); potendo aggiungere alle lezioni anche contenuti multimediali (pagine internet, libri digitali, applicazioni) per condividere i saperi e contribuire alla creazione della conoscenza globale (all'Istituto De Amicis di Milano, ad esempio, già lo usano per gestire i corsi, il piano didattico, le verifiche).

C'è infine l'App Store dove, tra le oltre 500mila applicazioni native per i tablet Apple, si possono trovare ben 75mila software 'educational'; si passa da quelle create per la didattica, per gestire contenuti o caricare video-lezioni per la classe, a quelle adottate dai professori perché permettono di far diventare interattivi argomenti fino ad oggi cristallizzati sulle pagine dei libri di testo, dall'astronomia alla geografia, dall'anatomia alla matematica.

mercoledì 12 febbraio 2014

Un risciò guidato da un robot

Il quarantottenne Wu Yulu ha un hobby molto particolare: costruisce robot. I più curiosi sono probabilmente i robot che guidano (anche) un risciò.
I robot costruiti dall’uomo sono piuttosto semplici, ma non per questo banali, e ciascuno può compire semplici azioni. Wu Yulu spiega che fin da bambino è stato affascinato dalla meccanica del movimento e il suo sogno è sempre stato quello di costruire macchine che camminassero come le persone.


unoi dei risciò costruiti da wu yulu


Oggi l’uomo, che per vivere fa il contadino, vede riconosciuto il suo sforzo, con diversi premi: Wu Yulu è stato anche invitato a esporre le sue realizzazioni all’Expo di Shanghai del 2010. Ma non è sempre stato semplice. La sua passione, che coltiva dal 1986, lo ha portato ad indebitarsi e anche a rischiare di mettere fine al suo matrimonio: la moglie infatti stava per lasciarlo dopo che lavorando ad uno dei suoi robot ha causato un incendio che ha distrutto la casa dove vivevano.

Studenti italiani sempre più telematici: il 2% sono studenti online

Le università telematiche, pur con alcune critiche e le polemiche che in qualche caso hanno circondato alcune di queste, è un fenomeno sempre più in crescita, anche grazie alla sempre maggiore selezione delle Università e della qualità dei corsi, oltre che alle nuove tecnologie che permettono una maggiore efficacia didattica rispetto a dieci anni fa.
Gli studenti online oggi rappresentano il 2% del totale degli iscritti all’Università in Italia, una percentuale sicuramente minoritaria ma non trascurabile, specie rispetto al dato complessivo delle università pubbliche italiane, che segnano un -17% nelle iscrizioni, il numero degli studenti che scelgono l’insegnamento a distanza è passato dai 1.500 del 2003 ai 39.792 del 2013, con un aumento medio annuo del 16%. A rivelarlo è l’indagine condotta dall’ Università Telematica “Niccolò Cusano” di Roma, fondata nel 2006 e oggi al primo posto fra le strutture riconosciute dal Miur per numero di laureati e attività didattiche proposte.
Tra i fattori che hanno influito sulla crescita delle università online il primo è indubbiamente il risparmio: frequentare un corso di laurea triennale a distanza permette, infatti, di azzerare o quasi i costi relativi al materiale didattico, ai trasporti e all’alloggio anche se a fronte di una retta leggermente più alta rispetto alle università private “offline” (almeno, rispetto a quelle più economiche).
Il secondo è la maggiore flessibilità dei corsi: non a caso gli studenti delle università telematiche sono per la maggior parte uomini di età compresa fra i 23 e i 40 anni, specie lavoratori, che se da un lato sono desiderosi di specializzarsi non possono frequentare dei corsi tradizionali.


“Figuraccia” di una ricercatrice: crede di avere inventato una formula che esiste da secoli

E’ normale che una persona non sappia tutto, anche quando si tratta di un ricercatore: inevitabilmente, si conosce approfonditamente il proprio campo e solo di sfuggita quelli diversi, anche se magari collegati. Ma quando si “reclama” una scoperta bisogna però essere attenti, altrimenti si rischiano "figuracce" come quella fatta da una ricercatrice newyorkese che ha sviluppato un “metodo matematico per determinare l’area sottostante alle curve degli studi metabolici”, che ha anche pensato di battezzare con il suo nome.

prima di pubblicare un nuovo metodo matematico verificatelo con un matematico

Il problema, ha ironizzato qualche collega universitario, è che se una sviluppa un metodo matematico per fare qualcosa di così basilare come individuare l’area sottostante una curva, sarebbe bene che lo facesse vedere a qualche matematico prima di pubblicarlo come una personale scoperta.
Un matematico infatti la avrebbe avvistata che la sua idea, approssimare la curva con degli insiemi di rettangoli, era sicuramente molto buona: però è anche uno dei procedimenti fondamentali dell’integrazione numerica, che si studia alle superiori, ed in matematica è chiamata "regola del rettangolo", oltre ad essere nota da centinaia di anni.