In realtà le critiche del professore erano giuste. David non era tipo da immergersi in un libro d’algebra o di geometria, non si era mai appassionato a equazioni, frazioni, triangoli, x e y. Faceva solo quello che era necessario, “i compiti che dovevano farsi per forza” diceva, e quando aveva anche solo un attimo di tempo prendeva il pallone, metteva la sua maglia preferita, quella del Manchester United, usciva di casa e scendeva al campetto, il suo campetto. Quando pioveva, oppure la domenica, accendeva la televisione e si sdraiava sul letto a guardare il Manchester, il suo Manchester, nelle cui giovanili giocava. Giocare a calcio era di gran lunga la sua attività preferita. Stare sul campo lo rilassava, correre, dare istruzioni ai compagni lo faceva sentire qualcuno, battere una punizione superando la barriera, dribblare un avversario, infilare la rete con un destro o un colpo di testa era il suo modo per superare i problemi, le depressioni, le inquietudini della sua età. Era pure bravo, vinceva spesso il confronto con i ragazzi del campetto, “Del resto gioco nel Manchester”, diceva, ma non per vantarsi, quanto per rispondere alle lodi che, di tanto in tanto, gli venivano fatte.
E la matematica “Ma…”, pensandoci storceva la bocca. Risolvere un equazione non era come giocare a pallone, “dare un valore a una stupida x è molto più difficile che segnare da centrocampo”, diceva.
Quel giorno, come tutti gli altri, pensava alla partita di ritorno che si sarebbe giocata l’indomani, non era una partita qualsiasi, era il ritorno della semifinale regionale.
“Pensa al pallone, pensa al calcio” gli diceva il prof, “voglio proprio vedere, domani, come farai il compito”. Già, il compito. David non se ne ricordava nemmeno, comunque nemmeno gli interessava troppo. Si poteva sacrificare un compito per una semifinale, pensava, quindi quel giorno si sarebbe allenato come tutti gli altri.
Nel pomeriggio dovette però desistere dal suo proposito. Una grande nuvola grigia, spalleggiata da tre o quattro compagnette più piccole aveva deciso di fare una gita proprio lì, scatenando un violento temporale. Dopo un’ora passata a guardare fuori dalla finestra, David si girò, vide il libro di algebra sopra il tavolo, “hai vinto” disse e lo aprì. Per una buona mezz’ora stette lì a fare le noiosissime equazioni di primo grado. A un certo punto ne incontrò una in cui la x, cioè l’incognita si eliminava. Scrisse 1-1=2-2.
Sorrise a questo passaggio. 1-1 e 2-2 erano delle sottrazioni, ma potevano essere anche risultati calcistici: la partita d’andata era proprio finita 1-1.
1-1=2-2… Quell’uguaglianza gli sembrava strana. Ci mise un secondo a capire perché. Per la matematica che noi tutti conosciamo 1-1=2-2, ovvero 0=0, ma per un’altra matematica, quella del calcio, delle tattiche, dei 4-4-2 e 4-3-3 dove uno a uno è diverso da due a due. Infatti, nelle sfide ad andata e ritorno, in caso di parità, la squadra che ha segnato più gol fuori, vince. Quell’uguaglianza per un matematico, per un semplice studente del liceo, forse anche solo per un bambino delle elementari è ovvia, per David stranissima. In più i segni meno gli sembravano proprio uguali ai trattini che separavano i gol di una squadra dall’altra. E ciò lo fece pensare irrimediabilmente alla partita che si sarebbe svolta l’indomani. Avevano pareggiato 1-1 in casa, dunque un 2-2 fuori sarebbe stato sufficiente per passare il turno, anche se quel pensiero non gli piaceva: lui voleva vincere non soltanto pareggiare.
Guardò fuori, pioveva ancora. Sospirò, il pallone doveva proprio aspettare. Si rimise a fare gli esercizi di matematica. Esercizio quattrocento quaranta due. Sorrise. Esercizio 442. Il 4-4-2! Lo schema più famoso del mondo! In un libro di matematica si potevano trovare davvero cose divertenti.
E quel giorno David affrontò i compiti con un altro spirito, risolvendo equazioni, studiando la matematica e collegandola con quello che gli piaceva di più, il calcio.
Nasceva così una sorta di matematica calcistica in cui x, ovvero l’incognita, diventava ad esempio il numero di gol che avrebbe fatto la sua squadra, o il numero del giocatore decisivo o il numero di medaglie, di coppe che avrebbe vinto nella sua carriera. Ogni volta iniziava a risolvere con un pensiero di questo tipo e in breve il tempo passò.
Quel pomeriggio non smise mai di piovere e le sette vennero molto prima che David se ne accorgesse. Quando arrivarono, chiuse il libro. “Però è stato divertente, tutto sommato”, pensò tra sé e sé, “certo, non come giocare a pallone” aggiunse guardando fuori dalla finestra.
E venne il giorno seguente, che era il giorno della partita, ma anche del compito di matematica.
Quando il prof distribuì i compiti, David non era preoccupato come al solito, forse perché il nervosismo per la partita seguente non lasciava spazio alla preoccupazione, forse perché si sentiva sicuro di avere studiato bene tra 4-4-2 ed equazioni calcistiche.
Fatto sta che quando consegnò il compito si sentì molto più sicuro del solito e pronto ad affrontare la partita.
Finita la scuola andò alla solita pizzeria. “David, fatti onore mi raccomando. E fai onore al Manchester”, gli raccomandò il pizzaiolo dopo avergli dato il pranzo: ormai anche lui era un suo tifoso.
Finito di mangiare, via al campo, un saluto ai compagni e giù negli spogliatoi. La sua maglia con il grande numero 7, il suo numero 7, l’aspettava.
Quella però non sembrava una partita facile per David e per la maglia numero 7. Erano andati sotto quasi subito, causa il centravanti avversario, e 1-0 era finito il primo tempo. Serviva una scossa, diceva l’allenatore. La maglia numero 7 fece la sua figura nel secondo tempo. Dopo una grande azione sulla fascia destra sfornò un cross perfetto che il suo amico e centravanti non poté che schiantare in rete.
“Bravo, bravo” gli gridò David che però voleva un altro gol per evitare la parità e i tempi supplementari. Fino a quel momento l’equazione era rispettata.
1-1=1-1. Poi arrivò un altro gol della squadra avversaria e, proprio all’ultimo minuto, dopo azione memorabile della maglia numero 7, la vittoria andò alla giovanile del Manchester United e la proiettò in finale. David si girò verso il tabellino. Era sempre un’emozione leggere il proprio numero 7 nel resoconto dei gol.
Era finita 2-2, pensava, erano passati. E ripensò all’equazione del giorno prima.
1-1=2-2. “Eh, no!”, si disse “forse in matematica sarà anche uguale, ma nel calcio no. E passiamo noi!”. Tutto il resto del giorno fu una festa e la sera David fu dispiaciuto di dover andare a letto, perché quella giornata se l’era goduta veramente a fondo.
Il giorno dopo, il prof aveva già corretto i compiti. “Ma questo qui non ha niente da fare?”, pensò David, però, quando vide il compito si rallegrò parecchio. Non era né un 5 e mezzo né un 6 stiracchiato. Era un bel 7. Proprio il suo numero. E quando andò a riconsegnare il compito il prof annotando il voto sul registro gli disse, “Bravo David, vedo che allora hai qualcos’altro in testa a parte il pallone. E che hai fatto ieri ragazzo? Hai vinto?”. “Sì, abbiamo fatto 2-2 e siamo passati” e a quell’affermazione seguì un coro di elogi. “Ma se hanno fatto 1-1 all’andata e 2-2 adesso non saranno pari”, pensava il prof che concluse con un “Bah” il suo ragionamento.
Calcio batte matematica. Uno a zero.