www.sosmatematica.net
Postare su Facebook fa bene alla salute
Secondo uno studio, scrivere uno stato su Facebook aiuta a far sentire meno sole le persone.
Già da tempo si discute sull'utilità dei social network e sul loro impatto nella nostra vita: facilitano le relazioni o allontanano dalla realtà?
La questione è stata approfondita da uno studio pubblicato sul Social Psychologichal and Personality Science Journal, con lo scopo di verificare se gli aggiornamenti di stato su Facebook aumentino o diminuiscano la solitudine delle persone.
Da un lato la ricerca ha dimostrato come le amicizie reali siano sempre le più efficaci per la felicità delle persone. Eppure si è notato come anche postare regolarmente sui social network faccia bene all'umore.
Questo gesto, infatti, aiuta a ridurre la sensazione di solitudine, facendo sentire le persone più connesse agli amici.
Questo sembra avvenire a prescindere dal fatto che ci sia o meno un feedback di qualunque tipo (commenti o mi piace) a quanto postato sui social.
giovedì 27 marzo 2014
mercoledì 26 marzo 2014
Amore: ecco la formula matematica per trovare il partner ideale!
www.sosmatematica.net
Come faccio a trovare la donna perfetta, la compagna ideale della mia vita? Una domanda che se sono posti in molti e che oggi ha una risposta: basta una formula matematica. Si tratta di un algoritmo che capovolge la classica concezione che abbiamo dell’amore. Non solo frutto di incontri casuali, di colpi di fulmine, l’amore si può trovare anche grazie ad un calcolo matematico.
A scoprire la “formula dell’amore” per trovare la donna perfetta è stato Chris McKinlay, matematico 35enne della University of California. La sua storia – accaduta realmente, ha davvero dell’incredibile.
L’idea è nata da alcune domande che si è posto lo stesso matematico dopo essersi iscritto al sito di incontri online OkCupid, uno dei più famosi negli Stati Uniti: Perchè non riesco a trovare una fidanzata? Cosa ha il mio profilo che non va? La soluzione non era lontana, e McKinlay l’ha trovata proprio “fra i numeri”.
McKinlay ha in primo luogo studiato il funzionamento del sito OkCupid. Si crea un profilo, si risponde ad una serie di domande, e un algoritmo collega tra loro i profili potenzialmente compatibili. Analizzando queste caratteristiche, McKinlay ha trovato la soluzione hai suoi problemi: cambiare i criteri di accoppiamento così da migliorare la possibilità di trovare la donna che fa per lui.
Così ha studiato le abitudini degli utenti del sito, ha creato dei profili falsi per capire quali parametri modificare per avere maggior visibilità, ha testato diverse foto per capire quali avevano maggiore successo e infine, dopo aver ricevuto migliaia di richieste di appuntamento, ha messo su un programma che gli permette, senza dover controllare singolarmente ogni richiesta, di scartare tutte le proposte non adatta alle sue esigenze.
Ecco come è stata scoperta la formula matematica che gli ha consentito di trovare la donna perfetta. In realtà, il passaggio dal mondo virtuale di internet a quello reale degli incontri faccia a faccia non è stato così semplice. McKinlay ha dovuto incontrare 87 donne prima di conoscere quella “perfetta”, la numero 88. Lei si chiama Christine Tien Wang ha 28 anni e presto si sposeranno.
Come faccio a trovare la donna perfetta, la compagna ideale della mia vita? Una domanda che se sono posti in molti e che oggi ha una risposta: basta una formula matematica. Si tratta di un algoritmo che capovolge la classica concezione che abbiamo dell’amore. Non solo frutto di incontri casuali, di colpi di fulmine, l’amore si può trovare anche grazie ad un calcolo matematico.
A scoprire la “formula dell’amore” per trovare la donna perfetta è stato Chris McKinlay, matematico 35enne della University of California. La sua storia – accaduta realmente, ha davvero dell’incredibile.
L’idea è nata da alcune domande che si è posto lo stesso matematico dopo essersi iscritto al sito di incontri online OkCupid, uno dei più famosi negli Stati Uniti: Perchè non riesco a trovare una fidanzata? Cosa ha il mio profilo che non va? La soluzione non era lontana, e McKinlay l’ha trovata proprio “fra i numeri”.
McKinlay ha in primo luogo studiato il funzionamento del sito OkCupid. Si crea un profilo, si risponde ad una serie di domande, e un algoritmo collega tra loro i profili potenzialmente compatibili. Analizzando queste caratteristiche, McKinlay ha trovato la soluzione hai suoi problemi: cambiare i criteri di accoppiamento così da migliorare la possibilità di trovare la donna che fa per lui.
Così ha studiato le abitudini degli utenti del sito, ha creato dei profili falsi per capire quali parametri modificare per avere maggior visibilità, ha testato diverse foto per capire quali avevano maggiore successo e infine, dopo aver ricevuto migliaia di richieste di appuntamento, ha messo su un programma che gli permette, senza dover controllare singolarmente ogni richiesta, di scartare tutte le proposte non adatta alle sue esigenze.
Ecco come è stata scoperta la formula matematica che gli ha consentito di trovare la donna perfetta. In realtà, il passaggio dal mondo virtuale di internet a quello reale degli incontri faccia a faccia non è stato così semplice. McKinlay ha dovuto incontrare 87 donne prima di conoscere quella “perfetta”, la numero 88. Lei si chiama Christine Tien Wang ha 28 anni e presto si sposeranno.
martedì 25 marzo 2014
Google Glass features
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Ecco il dispositivo che ti dice quanto sei concentrato.
Lo ha sviluppato un’équipe della Tufts University: grazie a degli impulsi di luce è in grado di monitorare l’attività cerebrale. E i suoi creatori vogliono implementarla come google glass features. Ok, Glass. Dimmi se sono pronto a scrivere un altro articolo”. Potranno essere anche di questo tenore le domande che in futuro rivolgeremo agli occhiali di Google, se il lavoro dell’équipe di Dan Afergan, della Tufts University di Medford, Massachusetts, dovesse andare in porto. Gli scienziati hanno infatti appena creato un dispositivo che usa la luce per misurare il livello di concentrazione di chi lo indossa, stabilendo se è abbastanza attento per proseguire con il lavoro o se è il caso che si prenda una piccola pausa relax.
Come racconta il NewScientist, il nuovo sistema google glass features invia degli impulsi di luce – 12 al secondo – alla corteccia prefrontale, misurando i fotoni riflessi dall’emoglobina ossigenata e deossigenata presente nel sangue. Attività cerebrali più difficili, infatti, fanno sì che arrivi più sangue ossigenato al cervello, variando di fatto l’assorbimento e la riflessione della luce. Un software messo a punto dagli scienziati, a questo punto, interpreta i segnali e riferisce al soggetto, in tempo reale, qual è il suo livello di concentrazione. La tecnica si chiama spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNirs).
Il sistema, che nella versione prototipale (google glass features) è abbastanza ingombrante – un insieme di fibre ottiche collegate a una matrice di led posti sulla fronte del soggetto da monitorare e un aggeggio che converte gli impulsi luminosi in segnali elettrici – non è destinato a languire in laboratorio ancora per molto tempo, assicurano i suoi creatori. Afergan e colleghi, infatti, stanno cercando di integrare il loro dispositivo all’interno degli occhiali di Google: “Sono perfetti”, racconta lo scienziato. “Non c’è bisogno di molta fantasia per immaginare di incorporare un chip fNirs nelle stanghe degli occhiali”.
L’applicazione più intrigante sembra essere un sistema di navigazione per le automobili in grado di adattarsi al livello di attenzione del guidatore. Quando questi è massimamente concentrato, il sistema gli mostra solo le informazioni base tramite avvisi sonori; nei momenti di distrazione, il dispositivo potrebbe intervenire per svegliarlo e fornirgli più istruzioni.
L’équipe ha in mente anche di adattare Google Now (sempre come google glass features) – l’assistente digitale messo a punto da Big G – in modo tale che invii notifiche all’utente solo quando la sua mente è abbastanza sgombra.
Ecco il dispositivo che ti dice quanto sei concentrato.
Lo ha sviluppato un’équipe della Tufts University: grazie a degli impulsi di luce è in grado di monitorare l’attività cerebrale. E i suoi creatori vogliono implementarla come google glass features. Ok, Glass. Dimmi se sono pronto a scrivere un altro articolo”. Potranno essere anche di questo tenore le domande che in futuro rivolgeremo agli occhiali di Google, se il lavoro dell’équipe di Dan Afergan, della Tufts University di Medford, Massachusetts, dovesse andare in porto. Gli scienziati hanno infatti appena creato un dispositivo che usa la luce per misurare il livello di concentrazione di chi lo indossa, stabilendo se è abbastanza attento per proseguire con il lavoro o se è il caso che si prenda una piccola pausa relax.
Come racconta il NewScientist, il nuovo sistema google glass features invia degli impulsi di luce – 12 al secondo – alla corteccia prefrontale, misurando i fotoni riflessi dall’emoglobina ossigenata e deossigenata presente nel sangue. Attività cerebrali più difficili, infatti, fanno sì che arrivi più sangue ossigenato al cervello, variando di fatto l’assorbimento e la riflessione della luce. Un software messo a punto dagli scienziati, a questo punto, interpreta i segnali e riferisce al soggetto, in tempo reale, qual è il suo livello di concentrazione. La tecnica si chiama spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNirs).
Il sistema, che nella versione prototipale (google glass features) è abbastanza ingombrante – un insieme di fibre ottiche collegate a una matrice di led posti sulla fronte del soggetto da monitorare e un aggeggio che converte gli impulsi luminosi in segnali elettrici – non è destinato a languire in laboratorio ancora per molto tempo, assicurano i suoi creatori. Afergan e colleghi, infatti, stanno cercando di integrare il loro dispositivo all’interno degli occhiali di Google: “Sono perfetti”, racconta lo scienziato. “Non c’è bisogno di molta fantasia per immaginare di incorporare un chip fNirs nelle stanghe degli occhiali”.
L’applicazione più intrigante sembra essere un sistema di navigazione per le automobili in grado di adattarsi al livello di attenzione del guidatore. Quando questi è massimamente concentrato, il sistema gli mostra solo le informazioni base tramite avvisi sonori; nei momenti di distrazione, il dispositivo potrebbe intervenire per svegliarlo e fornirgli più istruzioni.
L’équipe ha in mente anche di adattare Google Now (sempre come google glass features) – l’assistente digitale messo a punto da Big G – in modo tale che invii notifiche all’utente solo quando la sua mente è abbastanza sgombra.
giovedì 20 marzo 2014
Siamo fatti di stelle
"Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell'universo ci sono più di cento miliardi di galassie.
Pensare di essere unici è molto improbabile"
Come nasce l'amore? Ecco i segreti della chimica...
www.sosmatematica.net
A differenza di letteratura, filosofia e psicologia, secondo la scienza il “mistero dell’amore” è presto svelato: si tratta di una reazione chimica veicolata da neurotrasmettitori. Fine. E tanti saluti al buon vecchio romanticismo.
I “luoghi del delitto”, infatti, sono quelle zone del cervello dove, come buoi allo stato brado, impazzano le emozioni e gli istinti più inconsci. Al verificarsi di determinate condizioni, tali impulsi entrano in comunicazione con le aree cerebrali di livello cosciente, e vengono da esse rielaborati e trasformati in veri e propri pensieri, scatenando ciò che tutti noi conosciamo: la sciaguratissima “tempesta ormonale”, che ci travolge ogni volta con momenti di super-fanta-iper felicità, e successive mazzate che ci stendono ko per 6 mesi.
Detto questo, ciò che accade è un’azione a delinquere tra reazioni chimiche e neurotrasmettitori che, attraverso le emozioni, comunicano alla coscienza un’inclinazione erotico-sentimentale verso uno specifico soggetto. In poche parole: oddio, ci siamo innamorati un’altra volta!
Il ruolo, in tutto questo, della volontà dell’individuo, è assolutamente nullo, proprio come “nullo” sarà il livello di autocontrollo mentale esercitato da un soggetto in balia della summenzionata tempesta. Ma, per il piacere della Bridget Jones che è in ognuno di noi, da adesso in poi potremo finalmente affermare che, in verità, la colpa non è delle nostre facoltà intellettive, improvvisamente regredite a plancton primordiali… Bensì, è da imputare alle deleterie sostanze imprescindibilmente prodotte dal nostro corpo.
In proposito, facciamo subito qualche esempio pratico: chi di noi, in presenza della persona desiderata, non ha mai assistito al tragico fenomeno della desertificazione salivare, rendendosi conto con orrore di non riuscire più a spiccicare parola? La causa, come anticipato, non è da ravvisarsi nell’istantanea atomizzazione delle facoltà intellettive: si tratta soltanto di un tipico effetto dell’ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, la “noradrenalina”, responsabile tra l’altro anche degli sgradevolissimi sbalzi di sudorazione che, soprattutto durante il primo appuntamento, possono trasformarsi in veri e propri disastri biologici!
Ora, Grande Fratello della noradrenalina è un neurostrasmettitore noto anche come “molecola dell’agitazione”: la famigeratissima “adrenalina”. Quante volte abbiamo sentito l’espressione “Ho le farfalle nello stomaco”? Bene, adesso sappiamo che non dipende dalla peperonata mangiata la sera prima e, sempre all’adrenalina dovremo ricondurre anche la tipica sensazione, connaturata al momento dell’innamoramento, di invincibilità contro tutti e contro tutto.
Come se non bastasse, a questo punto ci pensa la terza delle Tre Grazie, la “dopamina”, a infliggere il colpo finale alla nostra dignità. E se normalmente, dopo terrificanti figure barbine in presenza dell’agognato, potenziale partner, la conseguenza più saggia sarebbe la migrazione verso paesi lontanissimi, proprio grazie alla dopamina l’imperativo che verrà pompato al nostro cervello sarà quello di “desiderare e desiderare e desiderare ancora”.
Risultato: per provare nuovamente (l’illusorio) piacere provato stando accanto al nostro partner, la spinta biologica ci porterà a reiterare qualsiasi azione (cioè suicidio sociale), pur di vederlo ancora, parlargli ancora, sfiorarlo ancora. Ancora, ancora e ancora!
La conclusione è soltanto una: l’amore, in realtà, è come l’influenza. Basta prendersi cura di sé e prima o poi passa!
A differenza di letteratura, filosofia e psicologia, secondo la scienza il “mistero dell’amore” è presto svelato: si tratta di una reazione chimica veicolata da neurotrasmettitori. Fine. E tanti saluti al buon vecchio romanticismo.
I “luoghi del delitto”, infatti, sono quelle zone del cervello dove, come buoi allo stato brado, impazzano le emozioni e gli istinti più inconsci. Al verificarsi di determinate condizioni, tali impulsi entrano in comunicazione con le aree cerebrali di livello cosciente, e vengono da esse rielaborati e trasformati in veri e propri pensieri, scatenando ciò che tutti noi conosciamo: la sciaguratissima “tempesta ormonale”, che ci travolge ogni volta con momenti di super-fanta-iper felicità, e successive mazzate che ci stendono ko per 6 mesi.
Detto questo, ciò che accade è un’azione a delinquere tra reazioni chimiche e neurotrasmettitori che, attraverso le emozioni, comunicano alla coscienza un’inclinazione erotico-sentimentale verso uno specifico soggetto. In poche parole: oddio, ci siamo innamorati un’altra volta!
Il ruolo, in tutto questo, della volontà dell’individuo, è assolutamente nullo, proprio come “nullo” sarà il livello di autocontrollo mentale esercitato da un soggetto in balia della summenzionata tempesta. Ma, per il piacere della Bridget Jones che è in ognuno di noi, da adesso in poi potremo finalmente affermare che, in verità, la colpa non è delle nostre facoltà intellettive, improvvisamente regredite a plancton primordiali… Bensì, è da imputare alle deleterie sostanze imprescindibilmente prodotte dal nostro corpo.
In proposito, facciamo subito qualche esempio pratico: chi di noi, in presenza della persona desiderata, non ha mai assistito al tragico fenomeno della desertificazione salivare, rendendosi conto con orrore di non riuscire più a spiccicare parola? La causa, come anticipato, non è da ravvisarsi nell’istantanea atomizzazione delle facoltà intellettive: si tratta soltanto di un tipico effetto dell’ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, la “noradrenalina”, responsabile tra l’altro anche degli sgradevolissimi sbalzi di sudorazione che, soprattutto durante il primo appuntamento, possono trasformarsi in veri e propri disastri biologici!
Ora, Grande Fratello della noradrenalina è un neurostrasmettitore noto anche come “molecola dell’agitazione”: la famigeratissima “adrenalina”. Quante volte abbiamo sentito l’espressione “Ho le farfalle nello stomaco”? Bene, adesso sappiamo che non dipende dalla peperonata mangiata la sera prima e, sempre all’adrenalina dovremo ricondurre anche la tipica sensazione, connaturata al momento dell’innamoramento, di invincibilità contro tutti e contro tutto.
Come se non bastasse, a questo punto ci pensa la terza delle Tre Grazie, la “dopamina”, a infliggere il colpo finale alla nostra dignità. E se normalmente, dopo terrificanti figure barbine in presenza dell’agognato, potenziale partner, la conseguenza più saggia sarebbe la migrazione verso paesi lontanissimi, proprio grazie alla dopamina l’imperativo che verrà pompato al nostro cervello sarà quello di “desiderare e desiderare e desiderare ancora”.
Risultato: per provare nuovamente (l’illusorio) piacere provato stando accanto al nostro partner, la spinta biologica ci porterà a reiterare qualsiasi azione (cioè suicidio sociale), pur di vederlo ancora, parlargli ancora, sfiorarlo ancora. Ancora, ancora e ancora!
La conclusione è soltanto una: l’amore, in realtà, è come l’influenza. Basta prendersi cura di sé e prima o poi passa!
mercoledì 19 marzo 2014
La Guinnes è davvero migliore se bevuta in Irlanda?
www.sosmatematica.net
Spesso si ripete che la Guinness, la birra più famosa d’Irlanda, ha un gusto migliore nel paese di origine rispetto a quella che si può bere nel resto del mondo. Un gruppo di ricercatori olandesi ha deciso di scoprirlo, e ha girato l’Europa per assaggiare boccali di Guinness nei vari paesi e confrontarne il sapore.
“Diverse teorie possono spiegare i risultati che i ricercatori hanno ottenuto”
La prima è quella della cosiddetta teoria della cospirazione, secondo cui la Guinness produce tre diverse qualità di birra: la migliore per i suoi dipendenti, la seconda per gli irlandesi, la peggiore per l’esportazione.
Abbiamo incluso un test nel birrificio Guinness di Dublino per investigare il fenomeno, ma il gradimento complessivo non sono state le più elevate, probabilmente perché il birrificio non ha l’ambientazione tipica di un Irish Pub.
Questo spinge verso la seconda teoria, che l’ambientazione sia fondamentale. Senza dubbio l’ambiente di un Irish Pub e di un oste irlandese rende l’esperienza di bere una Guinness più piacevole. L’ambientazione spiega in effetti la variazione di alcuni punteggi raccolti.
L’ultima teoria è che la regolarità con cui le pinte di Guinness sono spinate nei pub irlandesi assicura che i clienti ricevano birra che non è stata ferma a lungo, e quindi sempre fresca e cremosa. Anche in questo caso abbiamo avuto dei riscontri per questa teoria”.
Spesso si ripete che la Guinness, la birra più famosa d’Irlanda, ha un gusto migliore nel paese di origine rispetto a quella che si può bere nel resto del mondo. Un gruppo di ricercatori olandesi ha deciso di scoprirlo, e ha girato l’Europa per assaggiare boccali di Guinness nei vari paesi e confrontarne il sapore.
“Diverse teorie possono spiegare i risultati che i ricercatori hanno ottenuto”
La prima è quella della cosiddetta teoria della cospirazione, secondo cui la Guinness produce tre diverse qualità di birra: la migliore per i suoi dipendenti, la seconda per gli irlandesi, la peggiore per l’esportazione.
Abbiamo incluso un test nel birrificio Guinness di Dublino per investigare il fenomeno, ma il gradimento complessivo non sono state le più elevate, probabilmente perché il birrificio non ha l’ambientazione tipica di un Irish Pub.
Questo spinge verso la seconda teoria, che l’ambientazione sia fondamentale. Senza dubbio l’ambiente di un Irish Pub e di un oste irlandese rende l’esperienza di bere una Guinness più piacevole. L’ambientazione spiega in effetti la variazione di alcuni punteggi raccolti.
L’ultima teoria è che la regolarità con cui le pinte di Guinness sono spinate nei pub irlandesi assicura che i clienti ricevano birra che non è stata ferma a lungo, e quindi sempre fresca e cremosa. Anche in questo caso abbiamo avuto dei riscontri per questa teoria”.
lunedì 17 marzo 2014
L’incendio nell’albergo
www.sosmatematica.net
Tre ricercatori del CNR – Centro Nazionale delle Ricerche, un ingegnere, un fisico e un matematico, sono alloggiati in Hotel dove si sta svolgendo un convegno internazionale.
Verso mezzanotte l’ingegnere si sveglia e sente odore di fumo, scende nella hall e vede un principio d’incendio.
Sale di corsa nella propria camera riempie d’acqua il secchio della spazzatura e spegne il fuoco. Poi torna a letto.
Un’ora dopo il fisico si sveglia e sente odore di fumo, apre la porta della sua camera e vede del fuoco nella hall. Scende, trova il tubo anti-incendio e, dopo aver valutato la velocità delle fiamme, la distanza, la pressione dell’acqua, la traiettoria, etc., spegne il fuoco con il minimo dispendio di acqua ed energia. Poi torna a letto.
Un’ora dopo il matematico si sveglia e sente odore di fumo. Scende nella hall, vede il fuoco e la pompa anti-incendio. Riflette alcuni istanti e poi esclama: -Ah, una soluzione esiste! – e se ne torna a dormire.
Tre ricercatori del CNR – Centro Nazionale delle Ricerche, un ingegnere, un fisico e un matematico, sono alloggiati in Hotel dove si sta svolgendo un convegno internazionale.
Verso mezzanotte l’ingegnere si sveglia e sente odore di fumo, scende nella hall e vede un principio d’incendio.
Sale di corsa nella propria camera riempie d’acqua il secchio della spazzatura e spegne il fuoco. Poi torna a letto.
Un’ora dopo il fisico si sveglia e sente odore di fumo, apre la porta della sua camera e vede del fuoco nella hall. Scende, trova il tubo anti-incendio e, dopo aver valutato la velocità delle fiamme, la distanza, la pressione dell’acqua, la traiettoria, etc., spegne il fuoco con il minimo dispendio di acqua ed energia. Poi torna a letto.
Un’ora dopo il matematico si sveglia e sente odore di fumo. Scende nella hall, vede il fuoco e la pompa anti-incendio. Riflette alcuni istanti e poi esclama: -Ah, una soluzione esiste! – e se ne torna a dormire.
giovedì 13 marzo 2014
Trovata la soluzione del gioco Candy Crush!
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La prossima volta che qualcuno vi farà notare che giocate troppo a Candy Crush, potete rispondergli tranquillamente: “lo faccio per la scienza”. Per superare un quadro del videogioco sviluppato dalla King.com infatti, bisogna risolvere un rompicapo assimilabile ad una classe di problemi matematici definiti NP difficili, la cui soluzione ha delle implicazioni fondamentali nel campo dell’informatica teorica. Lo dimostra uno studio realizzato da Toby Walsh, ricercatore del dipartimento di Computer Science and Engineering della University of New South Wales, in preprint su ArXiv.
Nella sua analisi, Walsh ha studiato una versione ipotetica di Candy Crash Saga in cui il tabellone del gioco ha una grandezza indefinita, e ha preso in esame alcune specifiche sequenze di caramelle, equivalenti, almeno da un punto di vista matematico, a proposizioni logiche, cioè affermazioni a cui in logica può essere assegnato il valore vero o falso. Walsh ha dimostrato quindi che capire quali caramelle bisogna girare per ottenere un determinato punteggio a Candy Crash equivale a risolvere un problema di soddisfacibilità booleana, un problema matematico che consiste nel determinare quali proposizioni logiche devono essere vere o false perché risulti vera l’espressione da loro composta.
Poiché i problemi di soddisfacibilità booleana sono per definizione NP difficili, deve quindi esserlo anche Candy Crash Saga. Più precisamente, il videogioco appartiene a un sottoinsieme di questi problemi matematici definiti NP completi, che hanno la caratteristica di diventare sempre più complicati con l’aumentare delle variabili prese in esame. Si tratta di rompicapo che ci troviamo ad affrontare anche nella vita di tutti i giorni, per esempio quando dobbiamo pianificare la rotta migliore per compiere un determinato viaggio, e trovare un metodo teorico per risolverli può avere quindi anche importanti ripercussioni pratiche. Si tratta inoltre di uno dei campi di studio più importanti dell’informatica teorica, tanto che un problema del genere, il cosiddetto problema delle classi P e NP, è stato inserito tra i sette problemi del millennio, per la cui soluzione l’Istituto matematico Clay di Cambridge ha offerto in premio un milione di dollari.
Candy Crash Saga, con i suoi milioni di utenti, potrebbe aiutare i matematici in questa ricerca? Può darsi. “Sarebbe interessante scoprire se è possibile approfittare delle ore che gli essere umani dedicano a risolvere i problemi di Candy Crash”, scrive infatti Walsh nello studio. Quel che è certo è che la complessità di Candy Crash Saga non è un caso isolato nell’universo dei videogames. Con la stessa strategia di soluzione utilizzata da Walsh , era già stato dimostrato per esempio che anche alcuni titoli classici della Nintendo, come Super Mario e Zelda, sono assimilabili a problemi NP difficili.
La prossima volta che qualcuno vi farà notare che giocate troppo a Candy Crush, potete rispondergli tranquillamente: “lo faccio per la scienza”. Per superare un quadro del videogioco sviluppato dalla King.com infatti, bisogna risolvere un rompicapo assimilabile ad una classe di problemi matematici definiti NP difficili, la cui soluzione ha delle implicazioni fondamentali nel campo dell’informatica teorica. Lo dimostra uno studio realizzato da Toby Walsh, ricercatore del dipartimento di Computer Science and Engineering della University of New South Wales, in preprint su ArXiv.
Nella sua analisi, Walsh ha studiato una versione ipotetica di Candy Crash Saga in cui il tabellone del gioco ha una grandezza indefinita, e ha preso in esame alcune specifiche sequenze di caramelle, equivalenti, almeno da un punto di vista matematico, a proposizioni logiche, cioè affermazioni a cui in logica può essere assegnato il valore vero o falso. Walsh ha dimostrato quindi che capire quali caramelle bisogna girare per ottenere un determinato punteggio a Candy Crash equivale a risolvere un problema di soddisfacibilità booleana, un problema matematico che consiste nel determinare quali proposizioni logiche devono essere vere o false perché risulti vera l’espressione da loro composta.
Poiché i problemi di soddisfacibilità booleana sono per definizione NP difficili, deve quindi esserlo anche Candy Crash Saga. Più precisamente, il videogioco appartiene a un sottoinsieme di questi problemi matematici definiti NP completi, che hanno la caratteristica di diventare sempre più complicati con l’aumentare delle variabili prese in esame. Si tratta di rompicapo che ci troviamo ad affrontare anche nella vita di tutti i giorni, per esempio quando dobbiamo pianificare la rotta migliore per compiere un determinato viaggio, e trovare un metodo teorico per risolverli può avere quindi anche importanti ripercussioni pratiche. Si tratta inoltre di uno dei campi di studio più importanti dell’informatica teorica, tanto che un problema del genere, il cosiddetto problema delle classi P e NP, è stato inserito tra i sette problemi del millennio, per la cui soluzione l’Istituto matematico Clay di Cambridge ha offerto in premio un milione di dollari.
Candy Crash Saga, con i suoi milioni di utenti, potrebbe aiutare i matematici in questa ricerca? Può darsi. “Sarebbe interessante scoprire se è possibile approfittare delle ore che gli essere umani dedicano a risolvere i problemi di Candy Crash”, scrive infatti Walsh nello studio. Quel che è certo è che la complessità di Candy Crash Saga non è un caso isolato nell’universo dei videogames. Con la stessa strategia di soluzione utilizzata da Walsh , era già stato dimostrato per esempio che anche alcuni titoli classici della Nintendo, come Super Mario e Zelda, sono assimilabili a problemi NP difficili.
Cina, bimbi dietro alle barre: la soluzione per salvare gli occhi
L'uso non è immediatamente comprensibile ma la soluzione è stata ideata nell'interesse dei piccoli studenti.
Nelle scuole elementari cinesi sono state introdotte queste barre metalliche che servono a proteggere la vista dei bambini e a diffondere "buone abitudini di lettura".
Gli insegnanti approvano e spiegano che "le installazioni impediscono ai bambini di danneggiare i loro occhi garantendo una distanza appropriata dai libri di testo".
Nelle scuole elementari cinesi sono state introdotte queste barre metalliche che servono a proteggere la vista dei bambini e a diffondere "buone abitudini di lettura".
Gli insegnanti approvano e spiegano che "le installazioni impediscono ai bambini di danneggiare i loro occhi garantendo una distanza appropriata dai libri di testo".
mercoledì 12 marzo 2014
La matematica? E' un'opera d'arte!
www.sosmatematica.net
Nei matematici la vista di una formula o di un'equazione considerate "belle" attiva la stessa area cerebrale coinvolta nelle esperienze estetiche artistiche e musicali.
Avete mai sentito un matematico esaltare la pura bellezza di una costante o di un'equazione? Probabilmente sì, e l'avete liquidato come un irriducibile nerd.
Ma ora la scienza gli darà ragione: le persone che apprezzano la matematica attivano, quando contemplano una formula, la stessa area cerebrale coinvolta nella fruizione di un'opera d'arte o di un meraviglioso brano musicale.
È quanto si apprende da uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience.
La vedi questa curva? È uno schianto!
Un'equipe di neuroscienziati del Wellcome Laboratory of Neurobiology dell'University College London ha sottoposto a risonanza magnetica funzionale i cervelli di 15 matematici messi davanti a una sessantina di formule, che in precedenza avevano dovuto valutare con una scala da -5 (orribili) a +5 (meravigliose).
Anche se alla maggior parte di noi la bellezza estetica di una legge matematica può sfuggire, per chi è appassionato di questa materia una stringa di numeri può rappresentare la quintessenza della bellezza: «La bellezza di una formula può scaturire dalla semplicità, dalla simmetria, dall'eleganza o dall'espressione di una verità immutabile» spiega Semir Zeki, principale autore della ricerca «per Platone, la qualità astratta della matematica rappresentava il punto più alto della bellezza».
Come davanti a un capolavoro Le formule giudicate bellissime - come l'identità di Eulero, l'identità pitagorica e le equazioni di Cauchy-Riemann - hanno attivato la stessa area cerebrale, la corteccia orbito frontale, coinvolta nelle fruizione di esperienze estetiche emotivamente coinvolgenti, come la visione di un'opera d'arte o l'ascolto di un bel brano musicale.
«Come per l'esperienza della bellezza visiva o musicale, l'attività cerebrale è fortemente correlata all'intensità della bellezza percepita dai soggetti, anche se in questo caso la fonte della bellezza è estremamente astratta» chiarisce Zeki.
In altre parole, l'attivazione è maggiore quando la bellezza percepita è più intensa.
«Questo potrebbe aiutarci a rispondere a una domanda critica nello studio dell'estetica, ossia se l'esperienza della bellezza possa in qualche modo essere quantificata».
Nei matematici la vista di una formula o di un'equazione considerate "belle" attiva la stessa area cerebrale coinvolta nelle esperienze estetiche artistiche e musicali.
Avete mai sentito un matematico esaltare la pura bellezza di una costante o di un'equazione? Probabilmente sì, e l'avete liquidato come un irriducibile nerd.
Ma ora la scienza gli darà ragione: le persone che apprezzano la matematica attivano, quando contemplano una formula, la stessa area cerebrale coinvolta nella fruizione di un'opera d'arte o di un meraviglioso brano musicale.
È quanto si apprende da uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience.
La vedi questa curva? È uno schianto!
Un'equipe di neuroscienziati del Wellcome Laboratory of Neurobiology dell'University College London ha sottoposto a risonanza magnetica funzionale i cervelli di 15 matematici messi davanti a una sessantina di formule, che in precedenza avevano dovuto valutare con una scala da -5 (orribili) a +5 (meravigliose).
Anche se alla maggior parte di noi la bellezza estetica di una legge matematica può sfuggire, per chi è appassionato di questa materia una stringa di numeri può rappresentare la quintessenza della bellezza: «La bellezza di una formula può scaturire dalla semplicità, dalla simmetria, dall'eleganza o dall'espressione di una verità immutabile» spiega Semir Zeki, principale autore della ricerca «per Platone, la qualità astratta della matematica rappresentava il punto più alto della bellezza».
Come davanti a un capolavoro Le formule giudicate bellissime - come l'identità di Eulero, l'identità pitagorica e le equazioni di Cauchy-Riemann - hanno attivato la stessa area cerebrale, la corteccia orbito frontale, coinvolta nelle fruizione di esperienze estetiche emotivamente coinvolgenti, come la visione di un'opera d'arte o l'ascolto di un bel brano musicale.
«Come per l'esperienza della bellezza visiva o musicale, l'attività cerebrale è fortemente correlata all'intensità della bellezza percepita dai soggetti, anche se in questo caso la fonte della bellezza è estremamente astratta» chiarisce Zeki.
In altre parole, l'attivazione è maggiore quando la bellezza percepita è più intensa.
«Questo potrebbe aiutarci a rispondere a una domanda critica nello studio dell'estetica, ossia se l'esperienza della bellezza possa in qualche modo essere quantificata».
mercoledì 5 marzo 2014
La creatività è contagiosa. Trasmettila!
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La salute delle organizzazioni si fonda, come sostiene William White nel suo libro “L’uomo dell’organizzazione” (“The organization man”), su un abile lavoro di gruppo che permette con enorme efficacia di fare affiorare punti di vista differenti. Richard Woodmann, docente di Organizzazione all’Università del Texas, usa invece una definizione interessante sulla creatività: “La creatività di un’organizzazione è funzione della creatività degli individui che la compongono e di una varietà di processi sociali e fattori di contesto che plasmano e condizionano il modo con cui questi individui si comportano e interagiscono tra loro”. Tra le moltissime definizioni di creatività che sono state coniate è forse quella fornita dal matematico Henri Poincaré, ad essere la più attuale e interessante. "Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili". Unire differenti approcci che si focalizzano con un’intensità propria verso una direzione può essere un facilitatore verso il cambiamento. La creatività diventa quindi la prima fonte nella dinamica dell’innovazione.
Quando si parla, invece, d’innovazione è naturale rivolgersi immediatamente all’innovazione di prodotto, che come tale può essere nuovo a più livelli, per l’impresa, per il consumatore e per il mercato. Anche la stessa innovazione di prodotto può però essere legata ai processi, dove le componenti innovative sono presenti in gran misura: in questo caso l’innovazione riguarda processi migliori, più veloci, più efficaci ed efficienti. Se ci spostiamo sui servizi, anche lo stesso marketing è un forte strumento per la creazione dell’innovazione. Lo scenario dunque si allarga e l’innovazione diventa un processo continuo e ad ampio spettro che riguarda sia l’imprenditore sia l’azienda stessa che, per “stare nel mercato", deve per forza innovarsi ed innovare, spingendo sempre. Questa spinta all’innovazione, che è in ogni caso necessaria e continua, richiede investimenti e richiede una programmazione e proiezione nel futuro non indifferente. Significa guardare sempre avanti, accettando anche l’imprevedibilità del mercato, ossia i rischi connessi anche all’utilizzo della stessa innovazione. Cosa fare dunque? Dato che in un mercato sempre più globalizzato diventa un passo obbligato.
Da che cosa nasce l’innovazione? Da che cosa nasce la creatività?
Forse la risposta a queste due domande ci permette di fare piccoli passi o anche più passi nella direzione giusta per rispondere in qualche modo anche all’affermazione di un grande scrittore americano Mark Twain, che affermava: “Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto”. Entriamo quindi nell’ambito del come si sviluppano le idee e quali sono i tipi di problemi che generalmente si affrontano, senza contare la percezione che abbiamo del problema (che può essere fondamentale nella costruzione dello stesso e anche nella sua risoluzione). Alcune tecniche di Problem Solving innovativo ci possono aiutare per risolvere anche in modo inventivo problemi di cui non conosciamo il modo per arrivare alla soluzione. Si parte sempre e comunque dalle persone, da come pensano, ma soprattutto da come pensano insieme.
Se partiamo dalla persona come individuo e quindi dalle sue idee e dalla qualità della sua mente, occorre ricordare che questa qualità è in parte innata ed in parte costruita. Come costruirla al meglio dunque?
Ci possono essere alcuni elementi, in una società come la nostra, che possono essere utili per fare emergere l’innovazione e la creatività simultaneamente: l’indipendenza personale (il fatto di saper ragionare comunque con la propria testa), la curiosità (intesa come desiderio di risposte anche originali e quindi lo stimolo verso la ricerca), la spontaneità (dote dei bambini che molti dimenticano o strutturano), la fantasia (che ad esempio Walt Disney curava particolarmente anche con una certa illogicità) e l’ottimismo (fiducia nonostante le avversità). Questi elementi talvolta non si trovano in una persona, ma in persone che si uniscono insieme per un obiettivo: in tal senso creano e realizzano nuove forme d’apprendimento e creano anche un vantaggio collaborativo e cooperativo.
Occorre avere questa tensione generativa insieme, e insieme con chi?
Alle persone che ti accompagnano, persone desiderose di capire, ascoltare, crescere, cambiare. Il sistema all’interno del quale queste persone operano deve poi funzionare e fare da cuscinetto idoneo all’innovazione e anche questo è importante.
Tuttavia è la tensione, intesa come energia presente nelle persone verso una qualche cosa di comune che si può raggiungere e concorrere insieme, il vero propulsore creativo ed innovativo. Le sue origini sono profonde in quanto educative e riguardano tutte quelle dimensioni della creatività in precedenza citate focalizzandosi forse di più sull’ultima dimensione, quella dell’ottimismo, inteso come nuova capacità di guardare le cose, di apprendere, di cogliere con intelligenza ciò che di nuovo e di corretto è presente. Anche a livello organizzativo vale la stessa cosa, dato che le organizzazioni sono fatte di persone. La creatività e l’innovazione sono dunque soprattutto legate ad un ottimismo intelligente.
La salute delle organizzazioni si fonda, come sostiene William White nel suo libro “L’uomo dell’organizzazione” (“The organization man”), su un abile lavoro di gruppo che permette con enorme efficacia di fare affiorare punti di vista differenti. Richard Woodmann, docente di Organizzazione all’Università del Texas, usa invece una definizione interessante sulla creatività: “La creatività di un’organizzazione è funzione della creatività degli individui che la compongono e di una varietà di processi sociali e fattori di contesto che plasmano e condizionano il modo con cui questi individui si comportano e interagiscono tra loro”. Tra le moltissime definizioni di creatività che sono state coniate è forse quella fornita dal matematico Henri Poincaré, ad essere la più attuale e interessante. "Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili". Unire differenti approcci che si focalizzano con un’intensità propria verso una direzione può essere un facilitatore verso il cambiamento. La creatività diventa quindi la prima fonte nella dinamica dell’innovazione.
Quando si parla, invece, d’innovazione è naturale rivolgersi immediatamente all’innovazione di prodotto, che come tale può essere nuovo a più livelli, per l’impresa, per il consumatore e per il mercato. Anche la stessa innovazione di prodotto può però essere legata ai processi, dove le componenti innovative sono presenti in gran misura: in questo caso l’innovazione riguarda processi migliori, più veloci, più efficaci ed efficienti. Se ci spostiamo sui servizi, anche lo stesso marketing è un forte strumento per la creazione dell’innovazione. Lo scenario dunque si allarga e l’innovazione diventa un processo continuo e ad ampio spettro che riguarda sia l’imprenditore sia l’azienda stessa che, per “stare nel mercato", deve per forza innovarsi ed innovare, spingendo sempre. Questa spinta all’innovazione, che è in ogni caso necessaria e continua, richiede investimenti e richiede una programmazione e proiezione nel futuro non indifferente. Significa guardare sempre avanti, accettando anche l’imprevedibilità del mercato, ossia i rischi connessi anche all’utilizzo della stessa innovazione. Cosa fare dunque? Dato che in un mercato sempre più globalizzato diventa un passo obbligato.
Da che cosa nasce l’innovazione? Da che cosa nasce la creatività?
Forse la risposta a queste due domande ci permette di fare piccoli passi o anche più passi nella direzione giusta per rispondere in qualche modo anche all’affermazione di un grande scrittore americano Mark Twain, che affermava: “Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto”. Entriamo quindi nell’ambito del come si sviluppano le idee e quali sono i tipi di problemi che generalmente si affrontano, senza contare la percezione che abbiamo del problema (che può essere fondamentale nella costruzione dello stesso e anche nella sua risoluzione). Alcune tecniche di Problem Solving innovativo ci possono aiutare per risolvere anche in modo inventivo problemi di cui non conosciamo il modo per arrivare alla soluzione. Si parte sempre e comunque dalle persone, da come pensano, ma soprattutto da come pensano insieme.
Se partiamo dalla persona come individuo e quindi dalle sue idee e dalla qualità della sua mente, occorre ricordare che questa qualità è in parte innata ed in parte costruita. Come costruirla al meglio dunque?
Ci possono essere alcuni elementi, in una società come la nostra, che possono essere utili per fare emergere l’innovazione e la creatività simultaneamente: l’indipendenza personale (il fatto di saper ragionare comunque con la propria testa), la curiosità (intesa come desiderio di risposte anche originali e quindi lo stimolo verso la ricerca), la spontaneità (dote dei bambini che molti dimenticano o strutturano), la fantasia (che ad esempio Walt Disney curava particolarmente anche con una certa illogicità) e l’ottimismo (fiducia nonostante le avversità). Questi elementi talvolta non si trovano in una persona, ma in persone che si uniscono insieme per un obiettivo: in tal senso creano e realizzano nuove forme d’apprendimento e creano anche un vantaggio collaborativo e cooperativo.
Occorre avere questa tensione generativa insieme, e insieme con chi?
Alle persone che ti accompagnano, persone desiderose di capire, ascoltare, crescere, cambiare. Il sistema all’interno del quale queste persone operano deve poi funzionare e fare da cuscinetto idoneo all’innovazione e anche questo è importante.
Tuttavia è la tensione, intesa come energia presente nelle persone verso una qualche cosa di comune che si può raggiungere e concorrere insieme, il vero propulsore creativo ed innovativo. Le sue origini sono profonde in quanto educative e riguardano tutte quelle dimensioni della creatività in precedenza citate focalizzandosi forse di più sull’ultima dimensione, quella dell’ottimismo, inteso come nuova capacità di guardare le cose, di apprendere, di cogliere con intelligenza ciò che di nuovo e di corretto è presente. Anche a livello organizzativo vale la stessa cosa, dato che le organizzazioni sono fatte di persone. La creatività e l’innovazione sono dunque soprattutto legate ad un ottimismo intelligente.
martedì 4 marzo 2014
Qual è la prima regola per essere felice ?
www.sosmatematica.net
Qual è la prima regola per essere felice? Non cercare la felicità
Realizzare se stessi non è altro che un'illusione evolutiva. Lo confermano le storie raccontate da Yasmina Reza.
Non si sa mai bene cosa si intenda con la parola «felicità», e non mi riferisco a cosa ne pensavano Proust o Leopardi: perfino un sopravvalutato come Alberto Moravia era arrivato alla conclusione che la felicità è impossibile perché «il solo fatto di avere un corpo è una forma di inquietudine».
Figuriamoci la «felicità coniugale», i cui disastri sono sempre stati un oggetto narrativo molto interessante, una prigione psicologica da esplorare. Una notevole specialista del genere si sta rivelando Yasmina Reza, già autrice de Il dio del massacro (da cui Roman Polanski ha tratto il bellissimo Carnage), e il suo nuovo romanzo, appena pubblicato da Adelphi, ha un titolo emblematico: Felici i felici (pagg. 163, euro 18). Non significa che chi si accontenta gode, altrimenti bastava il bicchiere di vino con un panino della felicità cantata da Al Bano e Romina. Piuttosto che la felicità del vicino è sempre più felice. Mentre la propria è sottoposta a tutte le leggi del mondo fisico, l'entropia vale anche per l'amore e la passione, alla lunga tutto, per noia o per routine, si decompone in quella trappola chiamata «coppia» e di conseguenza la «vita di coppia», spesso un incubo.
Molto carveriana nel suo snodarsi in una serie di short stories minimaliste agganciate l'una all'altra, la storia di Yasmina Reza è una tragicomica scatola cinese di personaggi ingabbiati in mondi chiusi, solo apparentemente comunicanti tra loro. Ciascuno con i suoi problemi, ogni coppia convinta che la coppia di amici sia felice, ogni coppia scoppiata e divisa in due singoli individui dimezzati, monologanti, soli, infelici. Le donne con i loro «risentimenti improvvisi, quando tutto si ferma, tutto si pietrifica», perché «approfittano di qualsiasi cosa per avvilirti, adorano ricordarti quanto sei deludente». Quelli che cominciano a chiamarsi «tesoro» e «dicono frasi del tipo stasera tesoro facciamo una buona cenetta». La terribile «contrizione dell'individuo per riuscire a essere in due, voglio dire non c'è mica più armonia e spontaneità nel tesoro facciamoci una buona cenetta, no, né minore è il baratro». Tra l'altro non soltanto gli altri sembrano sempre più felici di noi, ma è provato come la nostra felicità sia fondata sull'infelicità altrui. Secondo Gore Vidal «Avere successo non basta. Bisogna prima che falliscano gli altri».
Ambrose Bierce definisce la felicità «la gradevole sensazione che nasce dal contemplare l'infelicità». Vale anche l'inverso: la nostra infelicità è determinata dalla contemplazione dell'altrui felicità. Come i risultati di un noto esperimento nel quale un lavoratore scopre in busta paga un aumento del cinque per cento. È felice, finché non scopre che i suoi colleghi lo hanno avuto del dieci. Infatti dal punto di vista scientifico la felicità è stata analizzata come illusione evolutiva: poiché dotato di autocoscienza e propensione all'infelicità, l'Homo Sapiens è l'unico essere vivente a averne fatto un'ossessione, un mantra. Nel Dna del nostro passato di animali inconsapevoli ci portiamo dietro dei circuiti neurali più sensibili alle emozioni negative che a quelle positive: l'inquietudine serviva a sopravvivere, la felicità a essere divorati. Sarà per questo che ogni favola finisce con «e vissero tutti felici e contenti», con quel pleonastico rafforzativo «e contenti», cioè, non ho mai capito: se uno è felice quale senso avrà essere anche contento? E sarà per questo che la religione prescrive di non desiderare la donna d'altri, e grazie al cavolo, è l'unica desiderabile, altrimenti il tradimento non sarebbe all'ordine del giorno.
Attenzione, non vale solo per l'amore, vale perfino per il denaro, e per le crisi economiche da cui ci sentiamo tanto afflitti. Gli psicologi David Myers e Ed Diener hanno analizzato i bisogni di felicità umana nei Paesi industrializzati e hanno osservato come l'asticella della felicità si alzi sempre di più. «Rispetto al 1957 gli americani hanno il doppio delle automobili per persona, e in più forni a microonde, televisore a colori, videoregistratori, condizionatori d'aria, segreterie telefoniche e scarpe da ginnastica di marca nuove per 12 miliardi di dollari l'anno. Allora, sono più felici del 1957? No». Tuttavia Donald Campbell, psicologo evoluzionista studioso della «macchina edonistica» dei piaceri umani, è arrivato a una conclusione simile a un rimedio: «Il perseguimento diretto della felicità è la ricetta di una vita infelice». Insomma, cari miei, meno ci pensate, più avete la possibilità di essere felici.
Qual è la prima regola per essere felice? Non cercare la felicità
Realizzare se stessi non è altro che un'illusione evolutiva. Lo confermano le storie raccontate da Yasmina Reza.
Non si sa mai bene cosa si intenda con la parola «felicità», e non mi riferisco a cosa ne pensavano Proust o Leopardi: perfino un sopravvalutato come Alberto Moravia era arrivato alla conclusione che la felicità è impossibile perché «il solo fatto di avere un corpo è una forma di inquietudine».
Figuriamoci la «felicità coniugale», i cui disastri sono sempre stati un oggetto narrativo molto interessante, una prigione psicologica da esplorare. Una notevole specialista del genere si sta rivelando Yasmina Reza, già autrice de Il dio del massacro (da cui Roman Polanski ha tratto il bellissimo Carnage), e il suo nuovo romanzo, appena pubblicato da Adelphi, ha un titolo emblematico: Felici i felici (pagg. 163, euro 18). Non significa che chi si accontenta gode, altrimenti bastava il bicchiere di vino con un panino della felicità cantata da Al Bano e Romina. Piuttosto che la felicità del vicino è sempre più felice. Mentre la propria è sottoposta a tutte le leggi del mondo fisico, l'entropia vale anche per l'amore e la passione, alla lunga tutto, per noia o per routine, si decompone in quella trappola chiamata «coppia» e di conseguenza la «vita di coppia», spesso un incubo.
Molto carveriana nel suo snodarsi in una serie di short stories minimaliste agganciate l'una all'altra, la storia di Yasmina Reza è una tragicomica scatola cinese di personaggi ingabbiati in mondi chiusi, solo apparentemente comunicanti tra loro. Ciascuno con i suoi problemi, ogni coppia convinta che la coppia di amici sia felice, ogni coppia scoppiata e divisa in due singoli individui dimezzati, monologanti, soli, infelici. Le donne con i loro «risentimenti improvvisi, quando tutto si ferma, tutto si pietrifica», perché «approfittano di qualsiasi cosa per avvilirti, adorano ricordarti quanto sei deludente». Quelli che cominciano a chiamarsi «tesoro» e «dicono frasi del tipo stasera tesoro facciamo una buona cenetta». La terribile «contrizione dell'individuo per riuscire a essere in due, voglio dire non c'è mica più armonia e spontaneità nel tesoro facciamoci una buona cenetta, no, né minore è il baratro». Tra l'altro non soltanto gli altri sembrano sempre più felici di noi, ma è provato come la nostra felicità sia fondata sull'infelicità altrui. Secondo Gore Vidal «Avere successo non basta. Bisogna prima che falliscano gli altri».
Ambrose Bierce definisce la felicità «la gradevole sensazione che nasce dal contemplare l'infelicità». Vale anche l'inverso: la nostra infelicità è determinata dalla contemplazione dell'altrui felicità. Come i risultati di un noto esperimento nel quale un lavoratore scopre in busta paga un aumento del cinque per cento. È felice, finché non scopre che i suoi colleghi lo hanno avuto del dieci. Infatti dal punto di vista scientifico la felicità è stata analizzata come illusione evolutiva: poiché dotato di autocoscienza e propensione all'infelicità, l'Homo Sapiens è l'unico essere vivente a averne fatto un'ossessione, un mantra. Nel Dna del nostro passato di animali inconsapevoli ci portiamo dietro dei circuiti neurali più sensibili alle emozioni negative che a quelle positive: l'inquietudine serviva a sopravvivere, la felicità a essere divorati. Sarà per questo che ogni favola finisce con «e vissero tutti felici e contenti», con quel pleonastico rafforzativo «e contenti», cioè, non ho mai capito: se uno è felice quale senso avrà essere anche contento? E sarà per questo che la religione prescrive di non desiderare la donna d'altri, e grazie al cavolo, è l'unica desiderabile, altrimenti il tradimento non sarebbe all'ordine del giorno.
Attenzione, non vale solo per l'amore, vale perfino per il denaro, e per le crisi economiche da cui ci sentiamo tanto afflitti. Gli psicologi David Myers e Ed Diener hanno analizzato i bisogni di felicità umana nei Paesi industrializzati e hanno osservato come l'asticella della felicità si alzi sempre di più. «Rispetto al 1957 gli americani hanno il doppio delle automobili per persona, e in più forni a microonde, televisore a colori, videoregistratori, condizionatori d'aria, segreterie telefoniche e scarpe da ginnastica di marca nuove per 12 miliardi di dollari l'anno. Allora, sono più felici del 1957? No». Tuttavia Donald Campbell, psicologo evoluzionista studioso della «macchina edonistica» dei piaceri umani, è arrivato a una conclusione simile a un rimedio: «Il perseguimento diretto della felicità è la ricetta di una vita infelice». Insomma, cari miei, meno ci pensate, più avete la possibilità di essere felici.
Anno 2029, i robot saranno come noi. Anzi, meglio.
IL FUTURO ha una data precisa, o almeno quello della robotica: il 2029.
Già, quello sarà l'anno nel quale macchine è umanità si fonderanno, nel quale anche i robot saranno capaci di leggere le emozioni umane e di riprodurle, se non anticiparle, di imparare dall'esperienza, di scherzare, di raccontare storie, addirittura di sorridere. In altre parole il 2029 segnerà il vantaggio dell'intelligenza artificiale su quella naturale.
A vaticinare questa tecno-superiorità e Ray Kurzweil, direttore dell'ingegneria Google e incaricato dalla U. S. National Academy of Engineering insieme ad altre 17 "menti" di prevedere le sfide tecnologiche del prossimo secolo (tra gli altri anche Larry Page di Google e il pioniere del sequenziamento del genoma umano Craig Venter).
In pratica Kurzweil oggi 66enne e futurologo (ha già detto di volersi far ibernare, per capirci) ma soprattutto guru dell'AI e pioniere nell'ambito della scansione ottica e dei sistemi di sintesi audio, ha parlato di post-umanesimo e di umanità aumentata, una realtà dove la vita digitale e quella reale saranno sempre mischiate, a favore dell'uomo: "Usiamo la tecnologia per ampliare i nostri orizzonti fisici e mentali - ha spiegato Ray -, sono convinto che entro il 2029 avremo i mezzi per raggiungere il livello di intelligenza dell'uomo, con l'ampia flessibilità dell'intelletto umano anche nella sua dimensione più strettamente emotiva".
Il suo punto di vista non potrebbe essere accantonato come quello di un profeta qualunque se non fosse per il suo curriculum, Kurzweil è infatto già noto alle cronache scientifiche per aver inventato i dispositivi che hanno cambiato il mondo: il primo scanner piano, il primo programma per computer in grado di riconoscere un carattere tipografico ed il primo sintetizzatore "text-to-speech", ma soprattutto non è nuovo nel tentativo di saper guardare oltre il proprio naso e il proprio tempo, anticipando con precisione quello che sarà: nel 1990 ha predisse che un computer avrebbe sconfitto un campione mondiale di scacchi dal 1998, sbaglio solo di qualche mese visto che nel 1997 "Deep Blue" di IBM sconfisse Garri Kasparov. Non solo allora ci prese in pieno: giurò sulla futura prominenza del "world wide web" in un momento in cui Internet era solo una piccola rete si sistema oscura e ingestibile in mano ad alcuni accademici di Los Angeles.
Ma questo suo immaginare quello che sarà tra 15 anni non si ferma alle parole perché proprio Google gli assegnato il compito di sviluppare tecniche e tecnologie per facilitare la comprensione del "linguaggio naturale" dei robot: "Il mio progetto è proiettato a trovare una ricerca-base valida a capire realmente cosa significa la parola linguaggio. Quando si scrive un articolo si sta effettivamente creando un'interessante raccolta di parole. Il mio obiettivo, in Google, è quello di trovare un macchina che organizzi ed elabori informazioni testuali, tramite l'intelligenza artificiale, che derivi dal pensiero o da qualcosa da dire".
Già, quello sarà l'anno nel quale macchine è umanità si fonderanno, nel quale anche i robot saranno capaci di leggere le emozioni umane e di riprodurle, se non anticiparle, di imparare dall'esperienza, di scherzare, di raccontare storie, addirittura di sorridere. In altre parole il 2029 segnerà il vantaggio dell'intelligenza artificiale su quella naturale.
A vaticinare questa tecno-superiorità e Ray Kurzweil, direttore dell'ingegneria Google e incaricato dalla U. S. National Academy of Engineering insieme ad altre 17 "menti" di prevedere le sfide tecnologiche del prossimo secolo (tra gli altri anche Larry Page di Google e il pioniere del sequenziamento del genoma umano Craig Venter).
In pratica Kurzweil oggi 66enne e futurologo (ha già detto di volersi far ibernare, per capirci) ma soprattutto guru dell'AI e pioniere nell'ambito della scansione ottica e dei sistemi di sintesi audio, ha parlato di post-umanesimo e di umanità aumentata, una realtà dove la vita digitale e quella reale saranno sempre mischiate, a favore dell'uomo: "Usiamo la tecnologia per ampliare i nostri orizzonti fisici e mentali - ha spiegato Ray -, sono convinto che entro il 2029 avremo i mezzi per raggiungere il livello di intelligenza dell'uomo, con l'ampia flessibilità dell'intelletto umano anche nella sua dimensione più strettamente emotiva".
Il suo punto di vista non potrebbe essere accantonato come quello di un profeta qualunque se non fosse per il suo curriculum, Kurzweil è infatto già noto alle cronache scientifiche per aver inventato i dispositivi che hanno cambiato il mondo: il primo scanner piano, il primo programma per computer in grado di riconoscere un carattere tipografico ed il primo sintetizzatore "text-to-speech", ma soprattutto non è nuovo nel tentativo di saper guardare oltre il proprio naso e il proprio tempo, anticipando con precisione quello che sarà: nel 1990 ha predisse che un computer avrebbe sconfitto un campione mondiale di scacchi dal 1998, sbaglio solo di qualche mese visto che nel 1997 "Deep Blue" di IBM sconfisse Garri Kasparov. Non solo allora ci prese in pieno: giurò sulla futura prominenza del "world wide web" in un momento in cui Internet era solo una piccola rete si sistema oscura e ingestibile in mano ad alcuni accademici di Los Angeles.
Ma questo suo immaginare quello che sarà tra 15 anni non si ferma alle parole perché proprio Google gli assegnato il compito di sviluppare tecniche e tecnologie per facilitare la comprensione del "linguaggio naturale" dei robot: "Il mio progetto è proiettato a trovare una ricerca-base valida a capire realmente cosa significa la parola linguaggio. Quando si scrive un articolo si sta effettivamente creando un'interessante raccolta di parole. Il mio obiettivo, in Google, è quello di trovare un macchina che organizzi ed elabori informazioni testuali, tramite l'intelligenza artificiale, che derivi dal pensiero o da qualcosa da dire".
lunedì 3 marzo 2014
Sarà il caso di pensare a un ombrello quantistico ?
Una nuova (quasi)particella: la goccia quantistica
Scoperta dai fisici del Jila una nuova classe di particelle.
Hanno caratteristiche a metà tra entità quantistiche e liquidi.
Come se non bastassero neutrini, quark e bosoni. A complicare il variopinto scenario della fisica quantistica ci si mettono, adesso, anche le quasiparticelle. Nonostante non sembri, il nome ha ben poco di ironico: definisce dei composti di particelle più piccole che, nel complesso, si comportano come un’entità unica, non interagente e dal comportamento predicibile. L’esempio più comune è quello dell’eccitone (ribadiamo: anche in questo caso non ci sono doppi sensi sul nome), l’insieme di un elettrone e di una cosiddetta lacuna, cioè un buco nella struttura energetica di un materiale semiconduttore, adatto a contenere l’elettrone stesso ma rimasto vuoto.
Gli scienziati del Jila, istituto di ricerca congiunto del National Institute of Standards and Technology e della University of Colorado Builder, raccontano su Nature di aver isolato un nuovo tipo di quasiparticella, cui hanno affibbiato il curioso nome di goccia quantistica (quantum droplet). Si tratta di un complesso microscopico di elettroni e lacune in una disposizione finora mai vista, con proprietà sia quantistiche (livelli di energia separati e ordinati) che caratteristiche dei liquidi (può formare una sorta di increspature). La quasiparticella, inoltre, ha vita brevissima, poco più di 25 picosecondi (bilionesimi di secondo).
“Le gocce elettroni-lacune erano già note nei semiconduttori”, spiega Steven Cundiff, fisico del Jila. “Ma quelle che si conoscevano finora contengono milioni di coppie. La quasi particella che abbiamo isolato ne ha appena cinque”. Per creare la goccia, l’équipe ha eccitato un semiconduttore all’arseniuro di gallio usando un laser rosso ultraveloce in grado di emettere circa 100 milioni di impulsi al secondo. Gli impulsi creano inizialmente eccitoni, che aumentano sempre più al crescere dell’intensità della luce. Oltre una certa densità, le lacune iniziano a riempirsi velocemente: le coppie rimaste costituiscono le sfuggenti goccioline neutre, tenute insieme dalla pressione del plasma circostante.
Le applicazioni pratiche della scoperta, naturalmente, non sono così immediate. “Penso che nessuno costruirà dispositivi a goccioline quantistiche”, scherza Cundiff. “Ma studiando queste quasiparticelle capiremo meglio l’interazione degli elettroni con la luce, il che potrà contribuire allo sviluppo di nuovi dispositivi optoelettronici”.
Sarà il caso di pensare a un ombrello quantistico ?
Hanno caratteristiche a metà tra entità quantistiche e liquidi.
Come se non bastassero neutrini, quark e bosoni. A complicare il variopinto scenario della fisica quantistica ci si mettono, adesso, anche le quasiparticelle. Nonostante non sembri, il nome ha ben poco di ironico: definisce dei composti di particelle più piccole che, nel complesso, si comportano come un’entità unica, non interagente e dal comportamento predicibile. L’esempio più comune è quello dell’eccitone (ribadiamo: anche in questo caso non ci sono doppi sensi sul nome), l’insieme di un elettrone e di una cosiddetta lacuna, cioè un buco nella struttura energetica di un materiale semiconduttore, adatto a contenere l’elettrone stesso ma rimasto vuoto.
Gli scienziati del Jila, istituto di ricerca congiunto del National Institute of Standards and Technology e della University of Colorado Builder, raccontano su Nature di aver isolato un nuovo tipo di quasiparticella, cui hanno affibbiato il curioso nome di goccia quantistica (quantum droplet). Si tratta di un complesso microscopico di elettroni e lacune in una disposizione finora mai vista, con proprietà sia quantistiche (livelli di energia separati e ordinati) che caratteristiche dei liquidi (può formare una sorta di increspature). La quasiparticella, inoltre, ha vita brevissima, poco più di 25 picosecondi (bilionesimi di secondo).
“Le gocce elettroni-lacune erano già note nei semiconduttori”, spiega Steven Cundiff, fisico del Jila. “Ma quelle che si conoscevano finora contengono milioni di coppie. La quasi particella che abbiamo isolato ne ha appena cinque”. Per creare la goccia, l’équipe ha eccitato un semiconduttore all’arseniuro di gallio usando un laser rosso ultraveloce in grado di emettere circa 100 milioni di impulsi al secondo. Gli impulsi creano inizialmente eccitoni, che aumentano sempre più al crescere dell’intensità della luce. Oltre una certa densità, le lacune iniziano a riempirsi velocemente: le coppie rimaste costituiscono le sfuggenti goccioline neutre, tenute insieme dalla pressione del plasma circostante.
Le applicazioni pratiche della scoperta, naturalmente, non sono così immediate. “Penso che nessuno costruirà dispositivi a goccioline quantistiche”, scherza Cundiff. “Ma studiando queste quasiparticelle capiremo meglio l’interazione degli elettroni con la luce, il che potrà contribuire allo sviluppo di nuovi dispositivi optoelettronici”.
Sarà il caso di pensare a un ombrello quantistico ?
venerdì 28 febbraio 2014
L'impiegato dell'anno fa sognare un bambino...
Un bambino di 7 anni perde un giocattolo LEGO e scrive al servizio clienti dell'azienda una lettera dolcissima.
La LEGO risponde in modo geniale.
Luka Apps è un bambino fanatico della LEGO (come lo siamo stati tutti da bambini e lo siamo ancora oggi nei casi più gravi) e con un cognome strano.
Luka aveva risparmiato per comprare il set LEGO NinjaGo.
Ma un giorno perde uno dei personaggi del set.
E scrive questa lettera su suggerimento del padre:
Ciao.
Il mio nome è Luka Apps ed ho 7 anni. Con tutti i miei risparmi di Natale mi sono comprato il kit NinjaGo del Predatore Ultra Sonico. Il numero è il 9449. E’ davvero molto bello. Papà mi ha portato da Sainsbury e mi ha detto di lasciare i personaggi a casa ma io li ho portati con me ed ho perso Jay ZX al negozio perchè mi è caduto dal cappotto.
Sono davvero dispiaciuto d’averlo perso. Papà mi ha detto di spedirvi una mail per vedere se è possibile averne un altro.
Prometto di non portarlo mai più al negozio se me lo spedite.
Luka
La risposta del servizio clienti di LEGO è geniale ed è questa:
Luka,
Ho detto al sensei Wu che la perdita di Jay è stato solo un incidente e che mai e poi mai avresti fatto in modo che si ripetesse.
Mi ha quindi incaricato di dirti:”Luka, tuo padre sembra davvero una persona molto saggia. Devi sempre proteggere i tuoi personaggi NinjaGo come i draghi proteggono le armi di Spinjitzu!”.
Il Maestro Wu mi ha anche detto che va bene spedirti un nuovo Jay e di aggiungerci anche un piccolo extra perchè chiunque risparmi tutti i suoi soldi di Natale per comperare il Predatore Ultrasonico deve essere davvero un grande fan di Ninjago.
Quindi, spero ti godrai il tuo Jay con tutte le sue armi.
Avrai in realtà l’unico Jay che combina 3 differenti personaggi in uno !
Ti spedirò anche un cattivo con cui farlo combattere!
Solo ricorda ciò che ti ha detto il Maestro Wu : proteggi i tuoi personaggi come le armi di SPinjitzu e dai sempre retta al tuo Papà.
L'autore si chiama Richard ed è appena diventato l'impiegato dell'anno alla LEGO e nei nostri cuori.
Dimostrando che si può essere piccoli eroi e anche ottimi operatori del servizio clienti. E viceversa.
Richard come servizio clienti di Lego non solo ha rispedito il pezzo al bambino ma lo ha anche fatto sognare.
La LEGO risponde in modo geniale.
Luka Apps è un bambino fanatico della LEGO (come lo siamo stati tutti da bambini e lo siamo ancora oggi nei casi più gravi) e con un cognome strano.
Luka aveva risparmiato per comprare il set LEGO NinjaGo.
Ma un giorno perde uno dei personaggi del set.
E scrive questa lettera su suggerimento del padre:
Ciao.
Il mio nome è Luka Apps ed ho 7 anni. Con tutti i miei risparmi di Natale mi sono comprato il kit NinjaGo del Predatore Ultra Sonico. Il numero è il 9449. E’ davvero molto bello. Papà mi ha portato da Sainsbury e mi ha detto di lasciare i personaggi a casa ma io li ho portati con me ed ho perso Jay ZX al negozio perchè mi è caduto dal cappotto.
Sono davvero dispiaciuto d’averlo perso. Papà mi ha detto di spedirvi una mail per vedere se è possibile averne un altro.
Prometto di non portarlo mai più al negozio se me lo spedite.
Luka
La risposta del servizio clienti di LEGO è geniale ed è questa:
Luka,
Ho detto al sensei Wu che la perdita di Jay è stato solo un incidente e che mai e poi mai avresti fatto in modo che si ripetesse.
Mi ha quindi incaricato di dirti:”Luka, tuo padre sembra davvero una persona molto saggia. Devi sempre proteggere i tuoi personaggi NinjaGo come i draghi proteggono le armi di Spinjitzu!”.
Il Maestro Wu mi ha anche detto che va bene spedirti un nuovo Jay e di aggiungerci anche un piccolo extra perchè chiunque risparmi tutti i suoi soldi di Natale per comperare il Predatore Ultrasonico deve essere davvero un grande fan di Ninjago.
Quindi, spero ti godrai il tuo Jay con tutte le sue armi.
Avrai in realtà l’unico Jay che combina 3 differenti personaggi in uno !
Ti spedirò anche un cattivo con cui farlo combattere!
Solo ricorda ciò che ti ha detto il Maestro Wu : proteggi i tuoi personaggi come le armi di SPinjitzu e dai sempre retta al tuo Papà.
L'autore si chiama Richard ed è appena diventato l'impiegato dell'anno alla LEGO e nei nostri cuori.
Dimostrando che si può essere piccoli eroi e anche ottimi operatori del servizio clienti. E viceversa.
Richard come servizio clienti di Lego non solo ha rispedito il pezzo al bambino ma lo ha anche fatto sognare.
Una Ceres gratis a chi ha "votato" Renzi...
Una Ceres gratis a chi ha "votato" Renzi: La birra danese ironizza sul nuovo governo italiano.
"Una Ceres Gratis a tutti quelli che hanno votato Renzi alle ultime elezioni politiche" recita così l’headline della nuova campagna della birra danese Ceres.
L’unico problema è che, come ben sapete, non ci sono state elezioni.
Ergo, nessuna birra per nessuno. Così la Ceres si prende gioco del popolo italico che, suo malgrado, non ha scelto questo governo ma "se l’è beccato" come una banale influenza stagionale.
"Una Ceres Gratis a tutti quelli che hanno votato Renzi alle ultime elezioni politiche" recita così l’headline della nuova campagna della birra danese Ceres.
L’unico problema è che, come ben sapete, non ci sono state elezioni.
Ergo, nessuna birra per nessuno. Così la Ceres si prende gioco del popolo italico che, suo malgrado, non ha scelto questo governo ma "se l’è beccato" come una banale influenza stagionale.
Sembra un disastro naturale, ma...
Sembra un disastro naturale, ma questi Orrori sono frutto dell’uomo.
Da quando si sono intensificati i combattimenti in Siria, questo campo profughi è diventato più simile a una prigione.
Un'immagine forte di residenti Yarmouk in attesa di distribuzione di cibo dalle Nazioni Unite:
Yarmouk si presenta come una zona sismica, gli edifici sono ormai gusci con lastre irregolari di calcestruzzo e gesso appeso dai piani.
Ci sono migliaia di rifugiati in coda per il cibo, l'Onu deve lottare ogni giorno per effettuare ogni consegna.
Questa è una catastrofe umana nata da un conflitto dove il cibo è un'arma di guerra…
Qualcosa deve drasticamente cambiare qui, perché questi non assomigliano nemmeno lontanamente ai sacrosanti diritti umani.
Da quando si sono intensificati i combattimenti in Siria, questo campo profughi è diventato più simile a una prigione.
Un'immagine forte di residenti Yarmouk in attesa di distribuzione di cibo dalle Nazioni Unite:
Yarmouk si presenta come una zona sismica, gli edifici sono ormai gusci con lastre irregolari di calcestruzzo e gesso appeso dai piani.
Ci sono migliaia di rifugiati in coda per il cibo, l'Onu deve lottare ogni giorno per effettuare ogni consegna.
Questa è una catastrofe umana nata da un conflitto dove il cibo è un'arma di guerra…
Qualcosa deve drasticamente cambiare qui, perché questi non assomigliano nemmeno lontanamente ai sacrosanti diritti umani.
giovedì 27 febbraio 2014
Orgoglioso di lui...
Nelle sue passeggiate pomeridiane, un bambino di Manila portava da mangiare ai cani randagi nei quartieri più poveri della città.
Il padre, ignaro dei luoghi in cui si recava, lo segue e scopre la verità. Curioso di scoprire dove andasse ogni pomeriggio suo figlio, lo segue durante la sua passeggiata pomeridiana e scopre con gran sorpresa che dentro lo zaino che il bambino portava con sé c’era del cibo per sfamare i cani randagi nei quartieri più degradati della città.
Il padre del bambino, è rimasto più che stupito dalla bontà di suo figlio.
L’uomo, ha dichiarato: «La prima volta che ho visto quegli animali sono rimasto disgustato. Ma mio figlio non sembrava essere intimorito, li avvicinava, li sfamava e li carezzava».
Il padre, ignaro dei luoghi in cui si recava, lo segue e scopre la verità. Curioso di scoprire dove andasse ogni pomeriggio suo figlio, lo segue durante la sua passeggiata pomeridiana e scopre con gran sorpresa che dentro lo zaino che il bambino portava con sé c’era del cibo per sfamare i cani randagi nei quartieri più degradati della città.
Il padre del bambino, è rimasto più che stupito dalla bontà di suo figlio.
L’uomo, ha dichiarato: «La prima volta che ho visto quegli animali sono rimasto disgustato. Ma mio figlio non sembrava essere intimorito, li avvicinava, li sfamava e li carezzava».
mercoledì 26 febbraio 2014
La città sommersa dal lago Qiandao
Ben nascosta dalle acque del lago Qiandao si cela una città sommersa, una vera e propria ‘Atlantide cinese‘, il suo nome é Shi Cheng, che possiamo tradurre con La città del leone, o Lion City. La città non é antichissima, fu abitata fino al 1959, ma il paesaggio subacqueo che offre ai visitatori risulta davvero straordinario, visto che si trova all’interno del “Lago delle mille isole“, tra ventisei e quaranta metri sotto la superficie dell’acqua. La zona è considerata già di per sé una forte attrazione turistica, grazie all’incredibile bellezza del paesaggio, e ovviamente la presenza di una città sommersa da lago Qiandao rende questo posto quasi unico al mondo, già meta di appassionati del genere.
martedì 25 febbraio 2014
Il buon matematico si riconosce da lattante
Il senso intuitivo e preverbale della quantità nella primissima infanzia è predittivo sia del senso non simbolico di numero sia dell'abilità matematica simbolica esibita negli anni successivi. E' la conclusione a cui è giunta una ricerca condotta da psicologi della Duke University a Durham e della Johns Hopkins University a Baltimora.
E' indubbio che l'educazione e l'ambiente siano fattori di prima grandezza nel incoraggiare e plasmare le abilità matematiche, ma è ancora oggetto di dibatto se e quanto la capacità unicamente umana di sviluppare e manipolare concetti matematici astratti sia influenzata da abilità numeriche di base presenti fin dalla prima infanzia.
Queste abilità sono rappresentate da quel senso della numerosità, filogeneticamente molto antico e presente anche negli animali, che permette di valutare a colpo d'occhio che una fila di cinque alberi, per esempio, è più numerosa di una di tre, e per il quale non serve conoscere il nome dei numeri né alcuna loro rappresentazione simbolica.
I ricercatori hanno preso in esame un gruppo di 48 bambini di sei mesi di età per misurare l'acutezza del loro senso preverbale del numero. A questo scopo hanno usato un metodo standard che consiste nel mostrare una serie di immagini che riproducono un numero variabile di grossi punti e registrare per quanto tempo lo sguardo del piccolo si sofferma su ciascuna di esse.
Le immagini nuove sorprendono e inducono a fissarle per un tempo maggiore di quello dedicato a immagini note. Se un'immagine con cinque punti viene fissata più a lungo (quindi trattata come nuova) dopo una serie di immagini con quattro punti, questo indica che il piccolo è in grado di distinguere fra quattro e cinque.
Tre anni dopo questo test, lo stesso gruppo di bambini è stato sottoposto a nuovi test per valutarne la capacità matematica simbolica, la padronamnza dei nomi dei numeri, il senso numerico primitivo, e l'intelligenza generale.
L'analisi dei risultati ha confermato che una maggiore acutezza del senso del numero preverbale manifestato a sei mesi di età corrispondeva a una maggiore padronanza e capacità di manipolazione dei numeri a tre anni, indipendentemente dal livello di intelligenza generale. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che il senso della numerosità già presente nella primissima infanzia rappresenta un importante “mattone” per la costruzione delle successive capacità matematiche.
E' indubbio che l'educazione e l'ambiente siano fattori di prima grandezza nel incoraggiare e plasmare le abilità matematiche, ma è ancora oggetto di dibatto se e quanto la capacità unicamente umana di sviluppare e manipolare concetti matematici astratti sia influenzata da abilità numeriche di base presenti fin dalla prima infanzia.
Queste abilità sono rappresentate da quel senso della numerosità, filogeneticamente molto antico e presente anche negli animali, che permette di valutare a colpo d'occhio che una fila di cinque alberi, per esempio, è più numerosa di una di tre, e per il quale non serve conoscere il nome dei numeri né alcuna loro rappresentazione simbolica.
I ricercatori hanno preso in esame un gruppo di 48 bambini di sei mesi di età per misurare l'acutezza del loro senso preverbale del numero. A questo scopo hanno usato un metodo standard che consiste nel mostrare una serie di immagini che riproducono un numero variabile di grossi punti e registrare per quanto tempo lo sguardo del piccolo si sofferma su ciascuna di esse.
Le immagini nuove sorprendono e inducono a fissarle per un tempo maggiore di quello dedicato a immagini note. Se un'immagine con cinque punti viene fissata più a lungo (quindi trattata come nuova) dopo una serie di immagini con quattro punti, questo indica che il piccolo è in grado di distinguere fra quattro e cinque.
Tre anni dopo questo test, lo stesso gruppo di bambini è stato sottoposto a nuovi test per valutarne la capacità matematica simbolica, la padronamnza dei nomi dei numeri, il senso numerico primitivo, e l'intelligenza generale.
L'analisi dei risultati ha confermato che una maggiore acutezza del senso del numero preverbale manifestato a sei mesi di età corrispondeva a una maggiore padronanza e capacità di manipolazione dei numeri a tre anni, indipendentemente dal livello di intelligenza generale. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che il senso della numerosità già presente nella primissima infanzia rappresenta un importante “mattone” per la costruzione delle successive capacità matematiche.
lunedì 24 febbraio 2014
Sicurezza e privacy, basterà il corpo...
CI vorrà ancora un po' di tempo. Soprattutto per migliorare la tecnologia, alzando quell'85 per cento di accuratezza nei risultati: soglia buona ma di certo non ancora paragonabile all'affidabilità di sistemi biometrici più avanzati come la scansione dell'iride, la lettura dell'impronta digitale (ormai anche su tutti gli iPhone 5S con il Touch ID) o il più recente riconoscimento facciale, al centro di diverse polemiche soprattutto per i Google Glass. Stiamo parlando dell'odore corporeo. Parametro identificativo che, secondo un team di ricercatori dell'Universidad Politécnica di Madrid, potrà essere presto sfruttato come inedito tassello di una carta d'identità costituita solo da ingredienti personali e biologici.
Il gruppo di scienziati sta lavorando al nuovo sistema, in grado di filtrare e riconoscere le persone in base al profumo che emettono, insieme all'azienda hi-tech iberica Ilía Sistemas. La scommessa è isolare e dunque individuare in modo più sicuro possibile la firma odorosa da cui ciascuno di noi è caratterizzato. Dandole un nome e un cognome. Pare infatti che gli schemi individuali di questo tipo rimangano costanti nel corso del tempo e possano dunque costituire un elemento chiave per identificare le persone. Soprattutto in quei contesti, come i controlli di sicurezza, in cui possa essere opportuno evitare interventi troppo diretti e invasivi sugli individui in transito, come appunto la scansione dell'iride o la lettura delle impronte digitali, ancora caratterizzate da un alone vagamente criminoso. Al momento, il tasso di riconoscimento si aggira appunto intorno all'85 per cento. Per gli studiosi spagnoli è già sufficiente per iniziare a pensare, come stanno appunto facendo, a sistemi d'identificazione meno aggressivi.
Lo snodo, insomma, sta nella precisione dei sensori a disposizione. Che non hanno ancora raggiunto l'accuratezza del prodigioso apparato olfattivo dei massicci bloodhound. Fino alla ricerca spagnola, che ha messo in campo un sistema sviluppato dalla Ilía in grado di acciuffare elementi volatili presenti nella propria firma odorosa. I rischi, però, non sono pochi: l'odore del corpo può variare nel corso del tempo. Basti pensare a malattie, cambi nel regime alimentare e, ovviamente, l'umore, la fase di crescita, l'età, il clima. E poi rimangono le difficoltà nella realizzazione di un database altrettanto affidabile ed esteso da non risultare inutile o limitato: come campionare in maniera scientifica l'odore, per esempio, dei milioni di abitanti di un Paese?
Quest'intricata selva d'incognite non sembra aver spaventato i ricercatori iberici - raccolti intorno a un campo di indagine più ampio emblematicamente battezzato Emoción Proyect e dedicato al benessere dei cittadini - che hanno messo sotto la lente tredici persone per ben 28 sessioni di studio. Il risultato? Oltre ogni attesa: è stato infatti riscontrato solo il 15 per cento di errore nell'identificazione e associazione dei vari schemi odorosi alle legittime fonti. Cioè alle persone. Molto di più che un punto di partenza: una prova che ben presto, ovunque ci sia da tutelare la sicurezza, potremo trovare dei varchi di super nasi elettronici (nell'industria si usano da anni, sono in fase di sviluppo per medicina e monitoraggio ambientale da quasi vent'anni) in grado di identificarci in qualche frazione di secondo. E a quanto pare non c'è deodorante che tenga. Non basta. L'università sta infatti collaborando anche con l'ospedale universitario Infanta Sofía di Madrid su alcuni progetti ufficiali di ricerca legati all'analisi delle caratteristiche del sangue e del respiro nei pazienti. Presto in grado - con un sistema simile - di individuare indizi che conducano alla diagnosi precoce del cancro al colon e della leucemia.
Filoni di pane e pagnotte trasformati in lampade
La ventisettenne Yukiko Morita ha due passioni apparentemente inconciliabili: il pane e le lampade di design. Ma Yukiko è riuscita a combinare le due cose, creando una sua linea di prodotti dove pagnotte e filoni di pane sono trasformati in lampade.
I suoi prodotti si chiamano pampshades da Pan (che è il termine giapponese per pane) e lamp shades (lampade da tavolo), e sono nati un po’ per caso: quando era all’università stava giocando con una baguette mangiandone tutta la mollica ma lasciando la crosta intatta. Quando poi ha guardato controluce quel che rimaneva, le è venuta l’idea.
Trovare la formula perfetta non è stato facile, ed ha richiesto oltre 300 prototipi per mettere a punto la tecnica con cui realizzare queste insolite lampade, che sfruttano piccole lampade a led (probabilmente sarebbe impossibile creare questi prodotti con normali lampadine ad incandescenza): fortunatamente per un po’ ha lavorato in un panificio ed ha così avuto facile accesso alla materia prima. Quello che inizialmente era un hobby, adesso si sta trasformando in un lavoro: le lampade di Yukiko sono molto apprezzato per come colorano di caldo l’ambiente e per l’unicità di ogni pezzo.
Trovare la formula perfetta non è stato facile, ed ha richiesto oltre 300 prototipi per mettere a punto la tecnica con cui realizzare queste insolite lampade, che sfruttano piccole lampade a led (probabilmente sarebbe impossibile creare questi prodotti con normali lampadine ad incandescenza): fortunatamente per un po’ ha lavorato in un panificio ed ha così avuto facile accesso alla materia prima. Quello che inizialmente era un hobby, adesso si sta trasformando in un lavoro: le lampade di Yukiko sono molto apprezzato per come colorano di caldo l’ambiente e per l’unicità di ogni pezzo.
venerdì 21 febbraio 2014
Morso da uno squalo: si ricuce da solo la gamba..... e poi va a bersi una birra
Un giovane neozelandese, il ventiquattrenne James Grant, era appena entrato in acqua in una baia ad Invercargill quando uno squalo lo ha morso ad una gamba.
Grant, che si stava immergendo per pescare, ha estratto un coltello ed ha iniziato a colpire lo squalo, senza però riuscire a scoraggiare più di tanto l’animale: “Ho cercato di combattere lo squalo. Si è preso qualche coltellata, ma la lama non era abbastanza lunga”.
Alla fine però lo squalo ha mollato la presa e l’uomo è riuscito a tornare sulla spiaggia, dove ha tirato fuori la cassetta del pronto soccorso e si è suturato la profonda ferita: fortunatamente, Grant studia medicina, cosa che lo ha aiutato nell’intervento.
Poi Grant è stato raggiunto da degli amici, che all’inizio pensavano che scherzasse quando ha raccontato l’accaduto. Gli squali manzo nasolargo, quello che sembra abbia attaccato il giovane, infatti normalmente non attaccano l’uomo, anche se può accadere quando gli animali sono agitati per qualche motivo.
Una volta compreso che quello che aveva raccontato Grant era assolutamente reale, i suoi amici hanno accompagnato il ragazzo in ospedale per controllare le ferite. Ma prima hanno fatto tutti una tappa aggiuntiva in un pub… per bersi una birra. Qualcuno sembra avesse suggerito che magari era il caso di andare dopo essere stati in ospedale, ma qualcuno avrebbe fatto notare che si poteva andare sia prima che dopo…
In dieci anni spariti 78 mila studenti
Erano oltre 338 mila nel 2003/2004, sono poco più di 260 mila nel 2013/2014: in barba a tutti gli obiettivi europei, che fissano nel 2020 il traguardo per avere il 40% di laureati, l’Italia arranca. La conferma arriva dall’ultimo aggiornamento dell’Anagrafe degli studenti universitari del ministero dell’Istruzione: non è un dato ancora definitivo, ma anche se difettasse di poche decine di studenti, dà un quadro chiaro dell’attuale débâcle degli atenei, che -invece di acquisire studenti- ne perdono costantemente. I tecnici del Miur fanno notare che quest’anno il calo si è interrotto rispetto agli anni precedenti (novemila in meno rispetto all’anno 2012/2013, meno rispetto al confronto precedente), ma è innegabile: trattasi comunque di emorragia.
UNIVERSITA’ PRIVATIZZATA ?
Un primo allarme era stato lanciato lo scorso anno dal CUN, ma i dati diffusi dal Miur tracciano un quadro ancor più desolante. Il numero dei diplomati nelle scuole italiane rimane costante, ma circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università. «Da anni denunciamo la continua privatizzazione dell’università, intesa non solo come l’ingresso dei privati nella governance degli atenei, ma anche come restringimento dell’accesso ai corsi di laurea. - dichiara Alberto Campailla, portavoce di Link Coordinamento Universitario - Basti pensare che circa il 57% dei corsi di laurea in Italia è a numero programmato. Un trend che di anno in anno aumenta e viene incentivato dallo stesso Miur, nonostante le proteste degli studenti in diversi atenei . E che continua ad allontanare l’Italia dalla possibilità di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020, come stabilito a livello europeo».
LE TENDENZE
Non si può dire che gli studenti non seguano le tendenze del mondo del lavoro: se dieci anni fa l’area sanitaria attirava l’11,67% dei diplomati, oggi il dato è in calo, al 10,76%. L’area scientifica invece cresce, dal 28,74% al 35,23%, mentre il sociale tira di meno, dal 39,90% dell’annata 2003/2004 al 35,09% di quest’anno. Più o meno stabile resta solo la fetta di studenti che si orienta verso le facoltà umanistiche: era del 19,69% dieci anni fa, oggi è del 18,93%.Cosa succede allora?«Forse è arrivato il momento di riconoscere che non si tratta di un fenomeno estemporaneo- prova a rispondere Gianluca Scuccimarra, presidente dell’Unione degli universitari - ma di una tendenza gravissima, frutto delle politiche di progressivo scardinamento dell’università pubblica e del Diritto allo Studio».
COLPA DELLA CRISI
A stroncare le aspirazioni degli studenti potrebbe essere stata la crisi economica. Come sottolinea Giuseppe Failla, portavoce del forum nazionale dei giovani (che raccoglie circa 80 organizzazioni e rappresenta 4 milioni di under 35), «negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato drasticamente ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Quest’anno, come già nel 2012, sono stati esclusi dalle sovvenzioni quasi 60 mila studenti a fronte dei 35 mila di 5 anni fa. Si verifica frequentemente, pertanto, che molti giovani italiani capaci e meritevoli, pur risultando idonei alla percezione di una borsa di studio nelle graduatorie, non possano usufruire di tale opportunità».
UNIVERSITA’ PRIVATIZZATA ?
Un primo allarme era stato lanciato lo scorso anno dal CUN, ma i dati diffusi dal Miur tracciano un quadro ancor più desolante. Il numero dei diplomati nelle scuole italiane rimane costante, ma circa un quarto degli studenti non si iscrive più all’università. «Da anni denunciamo la continua privatizzazione dell’università, intesa non solo come l’ingresso dei privati nella governance degli atenei, ma anche come restringimento dell’accesso ai corsi di laurea. - dichiara Alberto Campailla, portavoce di Link Coordinamento Universitario - Basti pensare che circa il 57% dei corsi di laurea in Italia è a numero programmato. Un trend che di anno in anno aumenta e viene incentivato dallo stesso Miur, nonostante le proteste degli studenti in diversi atenei . E che continua ad allontanare l’Italia dalla possibilità di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020, come stabilito a livello europeo».
LE TENDENZE
Non si può dire che gli studenti non seguano le tendenze del mondo del lavoro: se dieci anni fa l’area sanitaria attirava l’11,67% dei diplomati, oggi il dato è in calo, al 10,76%. L’area scientifica invece cresce, dal 28,74% al 35,23%, mentre il sociale tira di meno, dal 39,90% dell’annata 2003/2004 al 35,09% di quest’anno. Più o meno stabile resta solo la fetta di studenti che si orienta verso le facoltà umanistiche: era del 19,69% dieci anni fa, oggi è del 18,93%.Cosa succede allora?«Forse è arrivato il momento di riconoscere che non si tratta di un fenomeno estemporaneo- prova a rispondere Gianluca Scuccimarra, presidente dell’Unione degli universitari - ma di una tendenza gravissima, frutto delle politiche di progressivo scardinamento dell’università pubblica e del Diritto allo Studio».
COLPA DELLA CRISI
A stroncare le aspirazioni degli studenti potrebbe essere stata la crisi economica. Come sottolinea Giuseppe Failla, portavoce del forum nazionale dei giovani (che raccoglie circa 80 organizzazioni e rappresenta 4 milioni di under 35), «negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato drasticamente ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%. Quest’anno, come già nel 2012, sono stati esclusi dalle sovvenzioni quasi 60 mila studenti a fronte dei 35 mila di 5 anni fa. Si verifica frequentemente, pertanto, che molti giovani italiani capaci e meritevoli, pur risultando idonei alla percezione di una borsa di studio nelle graduatorie, non possano usufruire di tale opportunità».
La banda degli onesti... a Tokio
Una ragazza stava camminando per le vie di Nakano, vicino a Tokio, quando si è trovata di fronte un uomo che le ha puntato un coltello addosso intimandole: “Dammi tutti i soldi che hai e nessuno si farà male”. La ragazza ha tirato fuori il portafoglio, consegnando al rapinatore quello che aveva, circa 3.000 yen (pari a circa 22 euro).
Qualche secondo dopo, infatti, la ragazza ha chiesto al rapinatore: “Uhm, potresti darmi indietro 2.000 yen? Devo pagare delle bollette”. “Oh, capisco” ha risposto l’uomo, accontentando la ragazza e andandosene via solo con 1.000 yen.
La ragazza non sa spiegare perché abbia fatto quella richiesta e neppure perché il rapinatore abbia accettato di restituirle i soldi: difficile dire se fosse stato comprensivo oppure sia rimasto sorpreso dalla richiesta.
La ragazza ha comunque denunciato l’accaduto alla polizia: qualcuno ha suggerito che poteva lasciare perdere la cosa, dato che il rapinatore avrebbe dimostrato di essere una brava persona, ma altri osservano che se davvero l’uomo fosse stato una brava persona, non andrebbe in giro a rapinare la gente.
La ragazza ha comunque denunciato l’accaduto alla polizia: qualcuno ha suggerito che poteva lasciare perdere la cosa, dato che il rapinatore avrebbe dimostrato di essere una brava persona, ma altri osservano che se davvero l’uomo fosse stato una brava persona, non andrebbe in giro a rapinare la gente.
Facebook: oltre maschio o femmina si potranno scegliere altri generi
Da oggi gli utenti di Facebook potranno scegliere più opzioni per la propria identità sessuale, un'opzione possibile per ora solo agli iscritti della piattaforma statunitense, ma che presto sarà estesa a tutti.
Facebook cerca sempre di essere al passo coi tempi e per questo il social network più famoso del mondo ha deciso di estendere la scelta del proprio genere sessuale ad altre cinquanta opzioni oltre alle più comuni ‘maschio‘ e ‘femmina‘. Le modifiche come annunciato dal social network mirano a dare alle persone più opportunità nel trovare il modo esatto in cui vogliono essere descritte, come ad esempio androgino, bisessuale, intersessuale, transgender o transessuale. Introdotti, fra gli altri, ‘trans donna‘, ‘trans uomo‘, ‘bisessuale‘ e ‘gender questioning‘. La scelta di Facebook arriva infatti dopo anni di richieste di cambiamento da parte di alcuni utenti, che avevano anche inoltrato una petizione tramite una pagina del social network chiamata ‘Facebook Diversity‘. Il gruppo ha anche rivelato di aver lavorato con attivisti Lgbt per poter stilare una lista di generi. Al momento saranno attive solo per le pagine degli Stati Uniti, ma il gruppo di Menlo Park, California, ha annunciato di essere pronto a estenderle anche nel resto del mondo.
Facebook cerca sempre di essere al passo coi tempi e per questo il social network più famoso del mondo ha deciso di estendere la scelta del proprio genere sessuale ad altre cinquanta opzioni oltre alle più comuni ‘maschio‘ e ‘femmina‘. Le modifiche come annunciato dal social network mirano a dare alle persone più opportunità nel trovare il modo esatto in cui vogliono essere descritte, come ad esempio androgino, bisessuale, intersessuale, transgender o transessuale. Introdotti, fra gli altri, ‘trans donna‘, ‘trans uomo‘, ‘bisessuale‘ e ‘gender questioning‘. La scelta di Facebook arriva infatti dopo anni di richieste di cambiamento da parte di alcuni utenti, che avevano anche inoltrato una petizione tramite una pagina del social network chiamata ‘Facebook Diversity‘. Il gruppo ha anche rivelato di aver lavorato con attivisti Lgbt per poter stilare una lista di generi. Al momento saranno attive solo per le pagine degli Stati Uniti, ma il gruppo di Menlo Park, California, ha annunciato di essere pronto a estenderle anche nel resto del mondo.
Bimba scarta il suo regalo: il papà che non vedeva da 3 anni !
Un video che sta commuovendo il web proviene dagli USA.
Una bambina piccola scarta il proprio regalo con entusiasmo ma non ha idea che dentro ci troverà il padre che non vedeva da tre anni.
La piccola riceve un dono e scartando il pacco con cura… improvvisamente sbuca fuori il suo papà, Joshua Carr, lontano da casa da oltre tre anni, impegnato da tempo in forza alle truppe USA in Afghanistan.
La tenerezza di una bambina quando rivede il padre dopo tutto questo tempo è qualcosa di indescrivibile e nel video ci sono tante immagini che immortalano un momento così dolce e unico.
Ecco il link a questo splendido video Dad in a box
Una bambina piccola scarta il proprio regalo con entusiasmo ma non ha idea che dentro ci troverà il padre che non vedeva da tre anni.
La piccola riceve un dono e scartando il pacco con cura… improvvisamente sbuca fuori il suo papà, Joshua Carr, lontano da casa da oltre tre anni, impegnato da tempo in forza alle truppe USA in Afghanistan.
La tenerezza di una bambina quando rivede il padre dopo tutto questo tempo è qualcosa di indescrivibile e nel video ci sono tante immagini che immortalano un momento così dolce e unico.

Ecco il link a questo splendido video Dad in a box
giovedì 20 febbraio 2014
Il MIUR cerca talenti.
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca va a caccia di talenti, con sfide pubbliche aperte ai cittadini per promuovere l’innovazione in settori che vanno dal Made in Italy all’Education, dall’Energia alla promozione dell’Open Data. Il primo programma di Challenge Prize italiano parte oggi in via sperimentale con l’apertura del sito Talent Italy, su cui è disponibile la prima sfida proposta dal Miur che riguarda l’istruzione e, in particolare, i MOOC (Massive Open Online Course), corsi online aperti, pensati per coinvolgere una grande utenza.
Il progetto Talent Italy, basato su esperienze di Challenge Prize già diffuse in Nord America ed Europa, prevede la creazione di sfide rivolte a ricercatori, studenti e creativi, ma più in generale a tutta la cittadinanza, affinché i partecipanti, proponendo soluzioni inedite, contribuiscano all’avanzamento del livello di ricerca e innovazione. I Challenge Prize premiano il merito e l’eccellenza e incoraggiano la loro diffusione nella società. Viene ribaltata la logica del bando classico: non sono più le idee progettuali ad essere premiate con l’assegnazione di risorse a monte per la loro realizzazione, ma i risultati dei progetti stessi, conseguiti in maniera autonoma e con risorse proprie dei partecipanti. Il premio viene erogato esclusivamente a risultato raggiunto.
Si parte con la prima sfida, quella di progettare e distribuire in pochi mesi un nuovo Massive Open Online Course (MOOC). Al corso che vincerà andrà un premio di 100.000 euro. Sono previsti anche tre secondi premi da 20.000 euro ciascuno. Negli ultimi anni, i MOOC, corsi online aperti ad un numero potenzialmente molto elevato di studenti, si sono affermati in tutto il mondo a partire dagli Stati Uniti come un modo per non limitarsi all’esperienza in aula e raggiungere, in maniera economica ed efficace, autodidatti di ogni tipo: dai lavoratori alle persone con disabilità, dagli abitanti delle aree rurali fino a quelle in via di sviluppo. L’educazione digitale e aperta sarà uno dei temi centrali su cui l’Europa è chiamata a riflettere, anche nell’ambito del semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione.
Le proposte per la sfida “Open Education: sviluppo di un MOOC per scuole e università italiane”, dovranno avere precise caratteristiche. Fra queste, accesso gratuito, disponibilità online dei contenuti del corso e di tutti i materiali didattici, possibilità di fruizione su larga scala, verifiche online dei livelli di apprendimento raggiunti dagli studenti. I lavori, che dovranno essere presentati entro il 3 aprile prossimo, verranno valutati in due fasi: la prima prevede una preselezione da parte di una giuria di esperti nominata dal Miur sulla base del programma didattico del MOOC e delle modalità di fruizione dei contenuti. I responsabili delle proposte ammesse alla seconda fase avranno 6 mesi di tempo per implementare il MOOC e fornire alla giuria elementi che documentino la diffusione, l’apprezzamento del corso e la qualità dei materiali didattici utilizzati. Il lavoro svolto sul progetto Talent Italy ha visto il coinvolgimento dei Rappresentanti italiani che stanno lavorando nei diversi comitati di Horizon 2020, il nuovo Programma Quadro europeo di Ricerca.
Il progetto Talent Italy, basato su esperienze di Challenge Prize già diffuse in Nord America ed Europa, prevede la creazione di sfide rivolte a ricercatori, studenti e creativi, ma più in generale a tutta la cittadinanza, affinché i partecipanti, proponendo soluzioni inedite, contribuiscano all’avanzamento del livello di ricerca e innovazione. I Challenge Prize premiano il merito e l’eccellenza e incoraggiano la loro diffusione nella società. Viene ribaltata la logica del bando classico: non sono più le idee progettuali ad essere premiate con l’assegnazione di risorse a monte per la loro realizzazione, ma i risultati dei progetti stessi, conseguiti in maniera autonoma e con risorse proprie dei partecipanti. Il premio viene erogato esclusivamente a risultato raggiunto.
Si parte con la prima sfida, quella di progettare e distribuire in pochi mesi un nuovo Massive Open Online Course (MOOC). Al corso che vincerà andrà un premio di 100.000 euro. Sono previsti anche tre secondi premi da 20.000 euro ciascuno. Negli ultimi anni, i MOOC, corsi online aperti ad un numero potenzialmente molto elevato di studenti, si sono affermati in tutto il mondo a partire dagli Stati Uniti come un modo per non limitarsi all’esperienza in aula e raggiungere, in maniera economica ed efficace, autodidatti di ogni tipo: dai lavoratori alle persone con disabilità, dagli abitanti delle aree rurali fino a quelle in via di sviluppo. L’educazione digitale e aperta sarà uno dei temi centrali su cui l’Europa è chiamata a riflettere, anche nell’ambito del semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell’Unione.
Le proposte per la sfida “Open Education: sviluppo di un MOOC per scuole e università italiane”, dovranno avere precise caratteristiche. Fra queste, accesso gratuito, disponibilità online dei contenuti del corso e di tutti i materiali didattici, possibilità di fruizione su larga scala, verifiche online dei livelli di apprendimento raggiunti dagli studenti. I lavori, che dovranno essere presentati entro il 3 aprile prossimo, verranno valutati in due fasi: la prima prevede una preselezione da parte di una giuria di esperti nominata dal Miur sulla base del programma didattico del MOOC e delle modalità di fruizione dei contenuti. I responsabili delle proposte ammesse alla seconda fase avranno 6 mesi di tempo per implementare il MOOC e fornire alla giuria elementi che documentino la diffusione, l’apprezzamento del corso e la qualità dei materiali didattici utilizzati. Il lavoro svolto sul progetto Talent Italy ha visto il coinvolgimento dei Rappresentanti italiani che stanno lavorando nei diversi comitati di Horizon 2020, il nuovo Programma Quadro europeo di Ricerca.
Per il New York Times Renzi diventa un Caravaggio...
C’è chi lo paragona a Fonzie di Happy days e chi preferisce un accostamento più colto.
Così, per il New York Times, il premier incaricato Matteo Renzi va piuttosto avvicinato al Fanciullo con il canestro di frutta del celebre dipinto caravaggesco.
È questa l’elaborazione proposta sull’edizione internazionale del quotidiano americano, che dedica un fotomontaggio di ispirazione pittorica al segretario del Pd, ricordando che il giovane Renzi è destinato a «creare un nuovo senso di prosperità ed energia» nella palude della politica italiana.
Sullo sfondo, l’illustratore del New York Times sceglie un paesaggio di Jean-Baptiste-Camille Corot Castel Sant’Angelo e il fiume Tevere.
È questa l’elaborazione proposta sull’edizione internazionale del quotidiano americano, che dedica un fotomontaggio di ispirazione pittorica al segretario del Pd, ricordando che il giovane Renzi è destinato a «creare un nuovo senso di prosperità ed energia» nella palude della politica italiana.
Sullo sfondo, l’illustratore del New York Times sceglie un paesaggio di Jean-Baptiste-Camille Corot Castel Sant’Angelo e il fiume Tevere.
Rischia la vita per salvare la sua Xbox
Di solito si dice: in casi di emergenza salvare prima le donne ed i bambini. La raccomandazione non vale di certo per quest'uomo americano, la cui priorità è semplicemente la sua Xbox One.
Tutto è accaduto alla fine di gennaio in una casa di Olathe, nel Kansas, dove è scoppiato un violento rogo. L'uomo ha quindi deciso di sfidare eroicamente le fiamme di casa sua!
Lo scopo del suo gesto, tuttavia, non era una fidanzata in pericolo o un figlio rimasto intrappolato nella sua cameretta... si trattava semplicemente della sua Xbox One.
Uscito dalle fiamme con la sua console tra le braccia, ha dovuto subire numerose medicazioni per le ustioni e per i fumi inalati.
L'incendio sarebbe partito da un problema elettrico e, secondo fonti giornalistiche, avrebbe provocato danni per oltre 80 mila dollari.
Adesso l'uomo vorrebbe un gesto di riconoscenza da parte di Microsoft dopo aver salvato la sua preziosa Xbox.
Tutto è accaduto alla fine di gennaio in una casa di Olathe, nel Kansas, dove è scoppiato un violento rogo. L'uomo ha quindi deciso di sfidare eroicamente le fiamme di casa sua!
Lo scopo del suo gesto, tuttavia, non era una fidanzata in pericolo o un figlio rimasto intrappolato nella sua cameretta... si trattava semplicemente della sua Xbox One.
Uscito dalle fiamme con la sua console tra le braccia, ha dovuto subire numerose medicazioni per le ustioni e per i fumi inalati.
L'incendio sarebbe partito da un problema elettrico e, secondo fonti giornalistiche, avrebbe provocato danni per oltre 80 mila dollari.
Adesso l'uomo vorrebbe un gesto di riconoscenza da parte di Microsoft dopo aver salvato la sua preziosa Xbox.
Dodicenne ammanettata ed arrestata in classe per avere scarabocchiato sul banco...
Scarabocchiare sul banco?
Una cosa da nulla che fanno tutti i ragazzini, penserete voi.
Ma negli USA sembra che sia un qualcosa che viene preso molto sul serio, almeno alla Junior High School di Forest Hill, vicino a New York.
Una dodicenne, Alexa Gonzales, è stata ammanettata in classe e prelevata da degli agenti per avere scarabocchiato il banco, usando un pennarello verde.
La ragazzina ha scritto “Amo le mie amiche Abby e Faith” e “Lex è stata qui. :-)”.
Non è chiaro chi abbia chiamato gli agenti, dato che successivamente sia le autorità scolastiche che la polizia ammettono che la situazione non è stata gestita nel migliore dei modi: “Stiamo verificando i fatti.
Sulla base di quello che abbiamo visto finora, questo non sarebbe dovuto succedere”, ha commentato il portavoce del distretto scolastico.
La ragazzina (che ha sempre avuto un ottimo curriculum scolastico) è rimasta decisamente scioccata dal trattamento ricevuto, anche perché è stata trattenuta nella stazione di polizia per diverse ore.
Una cosa da nulla che fanno tutti i ragazzini, penserete voi.
Ma negli USA sembra che sia un qualcosa che viene preso molto sul serio, almeno alla Junior High School di Forest Hill, vicino a New York.
Una dodicenne, Alexa Gonzales, è stata ammanettata in classe e prelevata da degli agenti per avere scarabocchiato il banco, usando un pennarello verde.
La ragazzina ha scritto “Amo le mie amiche Abby e Faith” e “Lex è stata qui. :-)”.
Non è chiaro chi abbia chiamato gli agenti, dato che successivamente sia le autorità scolastiche che la polizia ammettono che la situazione non è stata gestita nel migliore dei modi: “Stiamo verificando i fatti.
Sulla base di quello che abbiamo visto finora, questo non sarebbe dovuto succedere”, ha commentato il portavoce del distretto scolastico.
La ragazzina (che ha sempre avuto un ottimo curriculum scolastico) è rimasta decisamente scioccata dal trattamento ricevuto, anche perché è stata trattenuta nella stazione di polizia per diverse ore.
Il look del professore non cambia in quarant’anni !!!
Il look dell’insegnante non cambia mai, nemmeno in quarant’anni! Arriva direttamente da Dallas la storia di Dale Irby, un insegnante di ginnastica che nel corso dei suoi quarant’anni di carriera non ha mai cambiato il proprio look. A dimostrare tutto ciò ci sono le foto dell’annuario della sua scuola.
Dagli anni Settanta ad oggi, il professore Irby non ha mai rinunciato ad indossare il suo classico gilet di lana con collo a V e la sua camicia retrò.
Date uno sguardo alle incredibili foto!
Date uno sguardo alle incredibili foto!
Dopo trauma cerebrale diventa genio matematico
Nei cartoni animati e nei telefilm è un’idea usata spesso, ma nella realtà è un fatto raro e che molti giudicavano sostanzialmente impossibile. Eppure Jason Padgett, dopo un “colpo in testa” è ora diventato un genio matematico.Padgett era stato gravemente ferito in una brutale aggressione all’uscita da un locale, nel corso della quale tre rapinatori gli hanno causato danni cerebrali colpendolo ripetutamente a calci in testa.Padgett però si è ripreso, ed ora “vede” dovunque complicate formule matematiche ed è in grado di disegnare a mano precisi grafici di funzione. Le analisi mediche hanno evidenziato che il cervello dell’uomo, per “compensare” il malfunzionamento delle aree danneggiate, fa lavorare maggiormente aree normalmente sottoutilizzate.Quello di Padgett è uno dei pochissimi casi clinici in cui è confermata la relazione tra un trauma e l’acquisizione di nuove capacità.
mercoledì 19 febbraio 2014
In Svezia c’è la scuola senza classi !
Come al solito dalla Svezia arrivano le innovazioni più strane ma che certe volte sortiscono un effetto positivo.
Quella che vogliamo raccontarvi oggi è la scuola senza classi, progettata da Rosan Boschin.
Si trova a Stoccolma: le aule sono state sostituite da spazi aperti che favoriscono così l’interazione e la collaborazione, dove gli studenti possono muoversi liberamente.
Nella scuola super moderna ci sono luoghi in cui giocare, workstation, sala cinematografica. Un sogno!
Il calore all’Inferno...
Esame di termodinamica al corso di laurea in Ingegneria. Il professore assegna una esercitazione a casa: “L’inferno è esotermico (libera calore) o endotermico (assorbe calore)? Sostenete la risposta con delle prove“.
Tutti cercano di dimostrare le proprie affermazioni con la legge di Boyle: un gas si raffredda quando si espande e si riscalda quando viene compresso. Ma uno studente fa un’analisi particolare.
Eccola: “Innanzitutto, dobbiamo sapere come cambia nel tempo la massa dell’inferno. E quindi abbiamo bisogno di stabilire i tassi di entrata e uscita dall’inferno delle anime. Credo che possiamo tranquillamente assumere che, quando un’anima entra all’inferno, non è destinata a uscirne. Quindi, nessun’anima esce. Per quanto riguarda il numero di anime che fanno il loro ingresso all’inferno, prendiamo in considerazione le diverse religioni attualmente esistenti al mondo. Un numero significativo di esse sostiene che se non sei un membro di quella stessa religione andrai all’inferno. Siccome di queste religioni ce n’è più di una, e visto che le persone abbracciano una sola fede per volta, possiamo dedurne che tutte le persone e tutte le anime finiscono all’inferno. Dunque, stanti gli attuali tassi di natalità e mortalità della popolazione mondiale, possiamo attenderci una crescita esponenziale del numero di anime presenti all’inferno. Ora rivolgiamo l’attenzione al tasso di espansione dell’inferno, poiché la legge di Boyle afferma che, per mantenere stabile la temperatura e la pressione dentro l’inferno, il volume dello stesso deve crescere proporzionalmente all’ingresso delle anime. Questo ci dà due possibilità:
1) Se l’inferno si espande a una velocità minore di quella dell’ingresso delle anime, allora temperature e pressione dell’inferno saranno destinate a crescere, fino a farlo esplodere.
2) Naturalmente, se l’inferno si espande più velocemente del tasso d’ingresso delle anime, allora temperatura e pressione scenderanno fino a quando l’inferno non si congelerà.
Dunque, quale delle due è l’ipotesi corretta? Se accettiamo il postulato comunicatomi dalla signorina Paola M. durante il mio primo anno all’università, secondo il quale ‘farà molto freddo all’inferno prima che io te la dia’, e considerando che ancora non ho avuto successo nel tentativo di avere una relazione sessuale con lei, allora l’ipotesi 2 non può essere vera. Quindi l’inferno è esotermico“.
Voto: 30!
Professore si tinge di rosa barba e capelli per scommessa con gli studenti
David Robinson, professore in un liceo dello stato di Washington, si è tinto barba e capelli di rosa, ma per un buon motivo: lo ha fatto in occasione del mese contro il cancro al seno, dopo una scommessa persa con i suoi studenti.
Robinson aveva promesso che se i ragazzi avessero raccolto almeno 20 kg di caramelle, da donare ad un festival autunnale dove sarebbero state vendute per una raccolta fondi, si sarebbe tinto dell’insolito colore.
I ragazzi hanno raggiunto e superato l’obiettivo, raccogliendo quasi 25kg di caramelle, ed il professore ha mantenuto la promessa.
“Mia madre è morta del linfoma di Hodgkin quando avevo 34 anni, ed è stata una di quelle cose, che mi sono detto ‘Cavoli, non ho mai fatto niente per questa causa’.” racconta il professor Robinson.
Se quella notte non fossi andato a dormire presto…
Non ha mai inviato una mail, né fatto una chiamata telefonica e navigato su internet. È una persona decisamente fuori dal mondo. Ma, nonostante tutto ciò, l’anno scorso si è aggiudicato il premio Nobel per la fisica, “per la teorizzazione di un meccanismo che contribuisce alla nostra comprensione dell’origine della massa delle particelle subatomiche, e che è stato recentemente confermato dalla scoperta della particella fondamentale prevista, grazie agli esperimenti Atlas e Cms del Large Hadron Collider del Cern”. Parliamo naturalmente di Peter Higgs, lo scienziato britannico (attualmente professore emerito alla University of Edinburgh) che negli anni sessanta scoprì la particella che ora porta il suo nome – e che è stata osservata sperimentalmente solo l’anno scorso.
Oggi, a riflettori ormai spenti, Peter Higgs fa di nuovo parlare di sé. In un’intervista rilasciata al programma The Life Scientific della Bbc Radio 4, infatti, il professore ha ripercorso i giorni della scoperta, svelando alcuni retroscena che, a suo avviso, gli hanno impedito di essere grande protagonista della scienza negli anni successivi (anche se, c’è da ammettere, il gran finale ha riscattato la lunga attesa). Questa la ricostruzione di Higgs: “Era il 1960. Mi trovavo alla prima Scottish Summer School in Physics, e facevo parte della commissione della scuola. C’era un gruppo di studenti che la notte non dormivano per discutere di cose come l’interazione debole o elettromagnetica. Purtroppo, io dovevo lavorare, quindi non sono potuto rimanere con loro. E ho capito solo dopo di essermi perso delle discussioni estremamente interessanti. Non ho potuto conoscere al momento giusto la teoria di Glashow, per esempio”.
Higgs si riferisce a Shelley Glasgow, futuro premio Nobel assieme ad Abdus Salam e Steven Weinberg, che proprio in quel periodo stava mettendo a punto la teoria alla base del Modello Standard, un impianto in cui il bosone di Higgs ha un ruolo fondamentale. Lo scienziato britannico confessa di aver fatto fatica a seguire gli sviluppi successivi del campo a causa di un certo numero di circostanze accidentali: “Dopo quella famosa summer school, in cui mi persi quelle discussioni fondamentali, non riuscii a tenere il passo con le novità che venivano dai lavori di Shelley, Abdul e Steven. Ho iniziato a capirci qualcosa solo negli anni settanta”.
Higgs, tra l’altro, non ha lesinato qualche dettaglio di gossip: “All’inizio degli anni settanta c’è anche stata la fine del mio matrimonio. In quegli anni mi dedicavo solo a studiare e insegnare. Parte del problema”, ha ammesso, “è che quando io e mia moglie ci sposammo lei era convinta che fossi una persona alla mano. Peccato lo fossi solo rispetto alla ricerca e non nella vita sociale”. Sempre negli anni settanta, e forse anche a causa della fine del matrimonio, Higgs si chiuse sempre più in sé stesso: “Nessuno prendeva sul serio quello che stavo facendo. Nessuno voleva lavorare con me: mi ritenevano irascibile e probabilmente un po’ pazzo”.
Infine, Higgs si è lasciato sfuggire alcune curiosità più attuali: “Francamente, la celebrità mi dà un po’ fastidio”. Tanto che, all’annuncio del premio, si rese irreperibile. Molti pensarono che il professore fosse inconsapevole che avrebbe vinto il Nobel, o semplicemente poco interessato. In realtà, era successo esattamente l’opposto. Sapendo che la commissione lo avrebbe chiamato per l’annuncio, era uscito di casa deliberatamente. E chi s’è visto s’è visto.
martedì 18 febbraio 2014
La bellezza delle formule matematiche
La matematica è straordinariamente potente. Combinando pochi simboli riesce a racchiudere la complessità del mondo e a descrivere il funzionamento della natura. Per lo stesso motivo la matematica può essere bella, bellissima, abbagliante. Per chi le sa capire certe equazioni rappresentano un’esperienza emozionale che non ha nulla da invidiare ai capolavori dell’arte. Farsi rapire da Mozart, perdersi con lo sguardo nella Cappella Sistina, restare stregati dall’ E=mc quadro di Einstein. Non ci credete? Un gruppo di ricercatori dell’University College London ha chiesto a quindici matematici di esprimere un giudizio estetico su sessanta equazioni. Poi Semir Zeki e colleghi hanno osservato le reazioni che queste formule erano in grado di suscitare nel cervello dei soggetti sperimentali, utilizzando una tecnica chiamata risonanza magnetica funzionale. I risultati, pubblicati sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, dimostrano che le belle equazioni attivano una parte specifica del cervello emozionale (corteccia orbitofrontale mediale), la stessa che viene accesa dalla grande pittura e dalla grande musica. Più la formula è considerata bella e più intensamente si attiva quest’area.
La più bella tra le belle è risultata una formula che pochi ricordano, l’identità di Eulero. Afferma che una costante elevata con un particolare esponente e sommata a uno dà come risultato zero. Se non riuscite a coglierne il fascino non preoccupatevi, è del tutto normale. Quando i ricercatori britannici hanno ripetuto la prova con delle persone digiune di matematica, la maggior parte di loro ha detto di non provare alcuna emozione. Per i matematici comunque si tratta di una combinazione irresistibile, perché lega cinque costanti fondamentali con tre operazioni aritmetiche basilari. La semplicità è spesso il segreto della bellezza, anche nelle equazioni. Il teorema di Pitagora, ad esempio, ha tutti i numeri per piacere. Il record della bruttezza, invece, è andato a una serie (assai complicata) formulata dall’indiano Ramanujan.
Per molti la matematica è fredda, in alcuni scatena un fastidioso senso di inadeguatezza, qualcuno di fronte a un foglio riempito di calcoli prova una specie di fobia. Secondo uno studio americano pubblicato su Plos One la matematica attiva in chi ne ha paura delle sensazioni di vero e proprio dolore. Ma per i più fortunati, quelli che li hanno studiati bene, i numeri sono piuttosto una fonte di piacere. Non si trovano agli antipodi dell’arte come vorrebbe il cliché, ma lì a fianco e forse un po’ al di sopra. Lo spirito della matematica può essere rintracciato solo nella poesia, sosteneva Bertrand Russell, e già Platone giudicava la bellezza matematica superiore alle altre. La bellezza non è mai facile da definire e nel caso della matematica è ancora più ineffabile. Non ci sono le ombre di Caravaggio e i colori di Van Gogh, non ci sono armonie musicali, anche se non è raro che i più dotati riescano a “vedere” e “sentire” i numeri. In linea di principio il matematico partecipa a un gioco in cui è lui stesso a inventare le regole, mentre per il fisico le regole sono fornite dalla natura. Ma come ha notato il padre della meccanica quantistica, Paul Dirac, alla fine dei conti le regole preferite dai matematici sono le stesse scelte dalla natura. Il fatto che nell’uomo esista un senso estetico per le equazioni, insomma, rivela un legame affascinante ed enigmatico tra l’organizzazione del nostro cervello e il funzionamento del mondo in cui ci siamo evoluti. (Pubblicato sul Corriere della sera il 15 febbraio 2014)
lunedì 17 febbraio 2014
Calcio batte matematica. Uno a zero.
David sbadigliava annoiato. Il professore di matematica aveva iniziato la sua lezione da poco più di quindici minuti, un misero quarto d’ora e lui già si annoiava a morte. Noia che manifestava con sbadigli puntuali ogni cinque minuti. Nell’arco dell’anno scolastico, o, come lo definiva lui, dei sei mesi di sofferenza, il professore l’aveva già rimproverato più volte per quei comportamenti e quegli sbadigli. “Bravo David, continua a sbadigliare, a ignorare la matematica e a inseguire un pallone. Voglio proprio vedere dove finirai quando quel pallone si bucherà”, gli diceva.
In realtà le critiche del professore erano giuste. David non era tipo da immergersi in un libro d’algebra o di geometria, non si era mai appassionato a equazioni, frazioni, triangoli, x e y. Faceva solo quello che era necessario, “i compiti che dovevano farsi per forza” diceva, e quando aveva anche solo un attimo di tempo prendeva il pallone, metteva la sua maglia preferita, quella del Manchester United, usciva di casa e scendeva al campetto, il suo campetto. Quando pioveva, oppure la domenica, accendeva la televisione e si sdraiava sul letto a guardare il Manchester, il suo Manchester, nelle cui giovanili giocava. Giocare a calcio era di gran lunga la sua attività preferita. Stare sul campo lo rilassava, correre, dare istruzioni ai compagni lo faceva sentire qualcuno, battere una punizione superando la barriera, dribblare un avversario, infilare la rete con un destro o un colpo di testa era il suo modo per superare i problemi, le depressioni, le inquietudini della sua età. Era pure bravo, vinceva spesso il confronto con i ragazzi del campetto, “Del resto gioco nel Manchester”, diceva, ma non per vantarsi, quanto per rispondere alle lodi che, di tanto in tanto, gli venivano fatte.
E la matematica “Ma…”, pensandoci storceva la bocca. Risolvere un equazione non era come giocare a pallone, “dare un valore a una stupida x è molto più difficile che segnare da centrocampo”, diceva.
Quel giorno, come tutti gli altri, pensava alla partita di ritorno che si sarebbe giocata l’indomani, non era una partita qualsiasi, era il ritorno della semifinale regionale.
“Pensa al pallone, pensa al calcio” gli diceva il prof, “voglio proprio vedere, domani, come farai il compito”. Già, il compito. David non se ne ricordava nemmeno, comunque nemmeno gli interessava troppo. Si poteva sacrificare un compito per una semifinale, pensava, quindi quel giorno si sarebbe allenato come tutti gli altri.
Nel pomeriggio dovette però desistere dal suo proposito. Una grande nuvola grigia, spalleggiata da tre o quattro compagnette più piccole aveva deciso di fare una gita proprio lì, scatenando un violento temporale. Dopo un’ora passata a guardare fuori dalla finestra, David si girò, vide il libro di algebra sopra il tavolo, “hai vinto” disse e lo aprì. Per una buona mezz’ora stette lì a fare le noiosissime equazioni di primo grado. A un certo punto ne incontrò una in cui la x, cioè l’incognita si eliminava. Scrisse 1-1=2-2.
Sorrise a questo passaggio. 1-1 e 2-2 erano delle sottrazioni, ma potevano essere anche risultati calcistici: la partita d’andata era proprio finita 1-1.
1-1=2-2… Quell’uguaglianza gli sembrava strana. Ci mise un secondo a capire perché. Per la matematica che noi tutti conosciamo 1-1=2-2, ovvero 0=0, ma per un’altra matematica, quella del calcio, delle tattiche, dei 4-4-2 e 4-3-3 dove uno a uno è diverso da due a due. Infatti, nelle sfide ad andata e ritorno, in caso di parità, la squadra che ha segnato più gol fuori, vince. Quell’uguaglianza per un matematico, per un semplice studente del liceo, forse anche solo per un bambino delle elementari è ovvia, per David stranissima. In più i segni meno gli sembravano proprio uguali ai trattini che separavano i gol di una squadra dall’altra. E ciò lo fece pensare irrimediabilmente alla partita che si sarebbe svolta l’indomani. Avevano pareggiato 1-1 in casa, dunque un 2-2 fuori sarebbe stato sufficiente per passare il turno, anche se quel pensiero non gli piaceva: lui voleva vincere non soltanto pareggiare.
Guardò fuori, pioveva ancora. Sospirò, il pallone doveva proprio aspettare. Si rimise a fare gli esercizi di matematica. Esercizio quattrocento quaranta due. Sorrise. Esercizio 442. Il 4-4-2! Lo schema più famoso del mondo! In un libro di matematica si potevano trovare davvero cose divertenti.
E quel giorno David affrontò i compiti con un altro spirito, risolvendo equazioni, studiando la matematica e collegandola con quello che gli piaceva di più, il calcio.
Nasceva così una sorta di matematica calcistica in cui x, ovvero l’incognita, diventava ad esempio il numero di gol che avrebbe fatto la sua squadra, o il numero del giocatore decisivo o il numero di medaglie, di coppe che avrebbe vinto nella sua carriera. Ogni volta iniziava a risolvere con un pensiero di questo tipo e in breve il tempo passò.
Quel pomeriggio non smise mai di piovere e le sette vennero molto prima che David se ne accorgesse. Quando arrivarono, chiuse il libro. “Però è stato divertente, tutto sommato”, pensò tra sé e sé, “certo, non come giocare a pallone” aggiunse guardando fuori dalla finestra.
E venne il giorno seguente, che era il giorno della partita, ma anche del compito di matematica.
Quando il prof distribuì i compiti, David non era preoccupato come al solito, forse perché il nervosismo per la partita seguente non lasciava spazio alla preoccupazione, forse perché si sentiva sicuro di avere studiato bene tra 4-4-2 ed equazioni calcistiche.
Fatto sta che quando consegnò il compito si sentì molto più sicuro del solito e pronto ad affrontare la partita.
Finita la scuola andò alla solita pizzeria. “David, fatti onore mi raccomando. E fai onore al Manchester”, gli raccomandò il pizzaiolo dopo avergli dato il pranzo: ormai anche lui era un suo tifoso.
Finito di mangiare, via al campo, un saluto ai compagni e giù negli spogliatoi. La sua maglia con il grande numero 7, il suo numero 7, l’aspettava.
Quella però non sembrava una partita facile per David e per la maglia numero 7. Erano andati sotto quasi subito, causa il centravanti avversario, e 1-0 era finito il primo tempo. Serviva una scossa, diceva l’allenatore. La maglia numero 7 fece la sua figura nel secondo tempo. Dopo una grande azione sulla fascia destra sfornò un cross perfetto che il suo amico e centravanti non poté che schiantare in rete.
“Bravo, bravo” gli gridò David che però voleva un altro gol per evitare la parità e i tempi supplementari. Fino a quel momento l’equazione era rispettata.
1-1=1-1. Poi arrivò un altro gol della squadra avversaria e, proprio all’ultimo minuto, dopo azione memorabile della maglia numero 7, la vittoria andò alla giovanile del Manchester United e la proiettò in finale. David si girò verso il tabellino. Era sempre un’emozione leggere il proprio numero 7 nel resoconto dei gol.
Era finita 2-2, pensava, erano passati. E ripensò all’equazione del giorno prima.
1-1=2-2. “Eh, no!”, si disse “forse in matematica sarà anche uguale, ma nel calcio no. E passiamo noi!”. Tutto il resto del giorno fu una festa e la sera David fu dispiaciuto di dover andare a letto, perché quella giornata se l’era goduta veramente a fondo.
Il giorno dopo, il prof aveva già corretto i compiti. “Ma questo qui non ha niente da fare?”, pensò David, però, quando vide il compito si rallegrò parecchio. Non era né un 5 e mezzo né un 6 stiracchiato. Era un bel 7. Proprio il suo numero. E quando andò a riconsegnare il compito il prof annotando il voto sul registro gli disse, “Bravo David, vedo che allora hai qualcos’altro in testa a parte il pallone. E che hai fatto ieri ragazzo? Hai vinto?”. “Sì, abbiamo fatto 2-2 e siamo passati” e a quell’affermazione seguì un coro di elogi. “Ma se hanno fatto 1-1 all’andata e 2-2 adesso non saranno pari”, pensava il prof che concluse con un “Bah” il suo ragionamento.
Calcio batte matematica. Uno a zero.
In realtà le critiche del professore erano giuste. David non era tipo da immergersi in un libro d’algebra o di geometria, non si era mai appassionato a equazioni, frazioni, triangoli, x e y. Faceva solo quello che era necessario, “i compiti che dovevano farsi per forza” diceva, e quando aveva anche solo un attimo di tempo prendeva il pallone, metteva la sua maglia preferita, quella del Manchester United, usciva di casa e scendeva al campetto, il suo campetto. Quando pioveva, oppure la domenica, accendeva la televisione e si sdraiava sul letto a guardare il Manchester, il suo Manchester, nelle cui giovanili giocava. Giocare a calcio era di gran lunga la sua attività preferita. Stare sul campo lo rilassava, correre, dare istruzioni ai compagni lo faceva sentire qualcuno, battere una punizione superando la barriera, dribblare un avversario, infilare la rete con un destro o un colpo di testa era il suo modo per superare i problemi, le depressioni, le inquietudini della sua età. Era pure bravo, vinceva spesso il confronto con i ragazzi del campetto, “Del resto gioco nel Manchester”, diceva, ma non per vantarsi, quanto per rispondere alle lodi che, di tanto in tanto, gli venivano fatte.
E la matematica “Ma…”, pensandoci storceva la bocca. Risolvere un equazione non era come giocare a pallone, “dare un valore a una stupida x è molto più difficile che segnare da centrocampo”, diceva.
Quel giorno, come tutti gli altri, pensava alla partita di ritorno che si sarebbe giocata l’indomani, non era una partita qualsiasi, era il ritorno della semifinale regionale.
“Pensa al pallone, pensa al calcio” gli diceva il prof, “voglio proprio vedere, domani, come farai il compito”. Già, il compito. David non se ne ricordava nemmeno, comunque nemmeno gli interessava troppo. Si poteva sacrificare un compito per una semifinale, pensava, quindi quel giorno si sarebbe allenato come tutti gli altri.
Nel pomeriggio dovette però desistere dal suo proposito. Una grande nuvola grigia, spalleggiata da tre o quattro compagnette più piccole aveva deciso di fare una gita proprio lì, scatenando un violento temporale. Dopo un’ora passata a guardare fuori dalla finestra, David si girò, vide il libro di algebra sopra il tavolo, “hai vinto” disse e lo aprì. Per una buona mezz’ora stette lì a fare le noiosissime equazioni di primo grado. A un certo punto ne incontrò una in cui la x, cioè l’incognita si eliminava. Scrisse 1-1=2-2.
Sorrise a questo passaggio. 1-1 e 2-2 erano delle sottrazioni, ma potevano essere anche risultati calcistici: la partita d’andata era proprio finita 1-1.
1-1=2-2… Quell’uguaglianza gli sembrava strana. Ci mise un secondo a capire perché. Per la matematica che noi tutti conosciamo 1-1=2-2, ovvero 0=0, ma per un’altra matematica, quella del calcio, delle tattiche, dei 4-4-2 e 4-3-3 dove uno a uno è diverso da due a due. Infatti, nelle sfide ad andata e ritorno, in caso di parità, la squadra che ha segnato più gol fuori, vince. Quell’uguaglianza per un matematico, per un semplice studente del liceo, forse anche solo per un bambino delle elementari è ovvia, per David stranissima. In più i segni meno gli sembravano proprio uguali ai trattini che separavano i gol di una squadra dall’altra. E ciò lo fece pensare irrimediabilmente alla partita che si sarebbe svolta l’indomani. Avevano pareggiato 1-1 in casa, dunque un 2-2 fuori sarebbe stato sufficiente per passare il turno, anche se quel pensiero non gli piaceva: lui voleva vincere non soltanto pareggiare.
Guardò fuori, pioveva ancora. Sospirò, il pallone doveva proprio aspettare. Si rimise a fare gli esercizi di matematica. Esercizio quattrocento quaranta due. Sorrise. Esercizio 442. Il 4-4-2! Lo schema più famoso del mondo! In un libro di matematica si potevano trovare davvero cose divertenti.
E quel giorno David affrontò i compiti con un altro spirito, risolvendo equazioni, studiando la matematica e collegandola con quello che gli piaceva di più, il calcio.
Nasceva così una sorta di matematica calcistica in cui x, ovvero l’incognita, diventava ad esempio il numero di gol che avrebbe fatto la sua squadra, o il numero del giocatore decisivo o il numero di medaglie, di coppe che avrebbe vinto nella sua carriera. Ogni volta iniziava a risolvere con un pensiero di questo tipo e in breve il tempo passò.
Quel pomeriggio non smise mai di piovere e le sette vennero molto prima che David se ne accorgesse. Quando arrivarono, chiuse il libro. “Però è stato divertente, tutto sommato”, pensò tra sé e sé, “certo, non come giocare a pallone” aggiunse guardando fuori dalla finestra.
E venne il giorno seguente, che era il giorno della partita, ma anche del compito di matematica.
Quando il prof distribuì i compiti, David non era preoccupato come al solito, forse perché il nervosismo per la partita seguente non lasciava spazio alla preoccupazione, forse perché si sentiva sicuro di avere studiato bene tra 4-4-2 ed equazioni calcistiche.
Fatto sta che quando consegnò il compito si sentì molto più sicuro del solito e pronto ad affrontare la partita.
Finita la scuola andò alla solita pizzeria. “David, fatti onore mi raccomando. E fai onore al Manchester”, gli raccomandò il pizzaiolo dopo avergli dato il pranzo: ormai anche lui era un suo tifoso.
Finito di mangiare, via al campo, un saluto ai compagni e giù negli spogliatoi. La sua maglia con il grande numero 7, il suo numero 7, l’aspettava.
Quella però non sembrava una partita facile per David e per la maglia numero 7. Erano andati sotto quasi subito, causa il centravanti avversario, e 1-0 era finito il primo tempo. Serviva una scossa, diceva l’allenatore. La maglia numero 7 fece la sua figura nel secondo tempo. Dopo una grande azione sulla fascia destra sfornò un cross perfetto che il suo amico e centravanti non poté che schiantare in rete.
“Bravo, bravo” gli gridò David che però voleva un altro gol per evitare la parità e i tempi supplementari. Fino a quel momento l’equazione era rispettata.
1-1=1-1. Poi arrivò un altro gol della squadra avversaria e, proprio all’ultimo minuto, dopo azione memorabile della maglia numero 7, la vittoria andò alla giovanile del Manchester United e la proiettò in finale. David si girò verso il tabellino. Era sempre un’emozione leggere il proprio numero 7 nel resoconto dei gol.
Era finita 2-2, pensava, erano passati. E ripensò all’equazione del giorno prima.
1-1=2-2. “Eh, no!”, si disse “forse in matematica sarà anche uguale, ma nel calcio no. E passiamo noi!”. Tutto il resto del giorno fu una festa e la sera David fu dispiaciuto di dover andare a letto, perché quella giornata se l’era goduta veramente a fondo.
Il giorno dopo, il prof aveva già corretto i compiti. “Ma questo qui non ha niente da fare?”, pensò David, però, quando vide il compito si rallegrò parecchio. Non era né un 5 e mezzo né un 6 stiracchiato. Era un bel 7. Proprio il suo numero. E quando andò a riconsegnare il compito il prof annotando il voto sul registro gli disse, “Bravo David, vedo che allora hai qualcos’altro in testa a parte il pallone. E che hai fatto ieri ragazzo? Hai vinto?”. “Sì, abbiamo fatto 2-2 e siamo passati” e a quell’affermazione seguì un coro di elogi. “Ma se hanno fatto 1-1 all’andata e 2-2 adesso non saranno pari”, pensava il prof che concluse con un “Bah” il suo ragionamento.
Calcio batte matematica. Uno a zero.
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